1992 - 1995

Sono nato a Brindisi ma ho sempre vissuto in Ancona, all’inizio degli anni ’90 venni a Roma a trovare una mia zia. Fu subito amore a prima vista con questa città che era in totale fermento e dove se incontravi un altro b-boy per strada ti ci fermavi a parlare e magari ci passavi insieme il resto della giornata. Eravamo una prima generazione di qualcosa di cui non avevamo assolutamente idea.

Il primo che conobbi fu CRASH KID, il quale a sua volta mi presentò CROMO, KRAZE che veniva da Amsterdam, DEB ONE e CLOWN con i quali andavo in giro ogni volta che tornavo a Roma durante i week end. Andavamo a dipingere spontaneamente, senza pensare a cosa stavamo facendo e al fatto che altri writers ci avrebbero emulato, e più o meno un anno dopo creammo la MT2. 

Ma ero così attratto da Roma che per venirci prendevo il treno dei pendolari delle 5.20 della mattina facendo sega e chiaramente alla fine dell’anno venni bocciato.

GIAIME ci aveva mostrato le prime fanzine su cui avevamo visto che erano in vendita diversi tappini da usare sugli spray e soprattutto c’erano le foto di diversi treni dipinti: eravamo tutti sbalorditi e pensammo che in Italia mai nessuno aveva ancora dipinto un treno, sicuramente mai su un convoglio della metro di Roma.

Prima dipingemmo la banchina della stazione San Paolo dove alla fine scappammo quando arrivarono due persone in divisa e il passo successivo fu di andare a colpire un convoglio della Roma lido che era parcheggiato sopra un ponte tra Marconi e Magliana. Quella notte eravamo io, CROMO, CRASH KID, CLOWN, GIAIME, ANGEL, RUDE che era il palo e TEKNE che fortunatamente fece le foto. Vicino al mio pannello scrissi ‘dedicato a DAMAGE’ perché con CRASH scherzavamo sul fatto che se ci avessero beccato risalendo al nickname o al nome del pezzo, avremmo dovuto pagare anche i danni della stazione!

Furono quattro o cinque anni fantastici durante i quali tutti insieme con tanto di black book pieni di disegni negli zaini, bombardammo letteralmente la città e iniziammo anche ad andare in metro B, ma intanto avevo finito con la scuola ed iniziai a lavorare andando sempre piu spesso in altre città e meno a Roma. 

Negli anni quando posso, torno nella capitale, e a volte mi ribecco con gli MT2, ma comunque d’istinto il mio sguardo cerca la moltitudine di pezzi e di tag in giro per la città e anche se sò che un po’ mi sono perso gli anni d’oro del writing romano, credo che nonostante io sia sempre stato più un tipo da murate e i mezzi e i materiali di trent’anni fa fossero più spartani, provavo piacere e mi divertivo enormemente senza immaginare che fossi pioniere di qualcosa che oggi ancora continua.

Era la fine degli anni ’80 quando due amiche, BREEZY G e CHEECKY P (rest in peace) si avvicinarono quasi per gioco al mondo del writing: era il periodo dell’Onda Rossa Posse e dei primi dischi rap tutti disegnati e noi ne eravamo affascinate ed iniziammo a copiarne alcuni.

Successivamente durante il periodo de ‘La Pantera’ alla crew si aggregarono PANAMA, BENNY e TANSÌ che quasi sempre veniva a farci le foto invece che a dipingere, e al gruppo per ultima si aggregò BABY.

Intanto il writing iniziava ad essere accettato ed era sempre più presente nei centri sociali, finché dal Corto Circuito ci venne proposto di fare il BK38: Bombolette Kalibro 38 – cento graffiti antirazzisti nella città!

In breve tempo la voce si diffuse e il fatto che gli spray fossero messi a disposizione dal Corto attirò lì anche un gruppo di ragazzi più giovani e meno interessati alla politica che venivano quasi tutti dalla scuola di belle arti. Avevamo già fatto qualche scritta in giro per la città e ci incontravamo settimanalmente, ma loro avevano un’altra attitudine e voglia di provare qualcosa di nuovo, erano già andati più volte a controllare e così quella sera avevamo deciso che saremmo andati a dipingere un treno di quelli che percorrono la Casilina e il cui deposito si trovava non distante dal centro sociale dove ci incontravamo.

Mentre gli altri scendevano dai motorini, noi parcheggiavamo l’automobile senza cognizione di cosa sarebbe successo di lì a poco. Li seguimmo nel sottopassaggio e sbucammo in questo deposito aperto, ognuno iniziò a fare il suo graffito mentre noi insieme stavamo facendo la scritta EVASIONE.

“Miao, miao, miao”.

Eravamo così concentrati che nessuno si rese conto che quel miagolio in verità era il segnale che avevamo stabilito con Napoleone, che quella sera faceva il palo, che ci stava avvertendo che qualcuno stava venendo verso di noi. Qualche istante dopo arrivò la guardia e scappammo tutti da dove eravamo entrati e una volta al sicuro ci rendemmo conto che uno dei ragazzi non c’era. Furono attimi di panico fino a quando lo vedemmo apparire davanti a noi: era uscito dal retro del deposito ed era vistosamente innervosito per non aver finito il pezzo, mentre noi eravamo felici di essere sane e salve.

Il giorno dopo nessuna andò a fare le foto o a vedere se il treno stava viaggiando con i nostri graffiti: i ricordi di quell’avventura sono in bianco e nero come le foto che furono scattate quella notte.

Ho fatto il primo treno a settembre 1992 sulla Lido, nel lay-up del ponte di EUR Magliana. Mi aveva coinvolto Stand, che avevo conosciuto insieme a Crash Kid tramite Clown, altro esponente della prima onda, che a sua volta avevo conosciuto tramite Kraze, compagno di scuola e primo partner in crime ad Amsterdam. Sommando tutti, gli MT2.
Feci due argentoni con lo stesso outline, intervallati da una porta.
Ricordo la mia soddisfazione per quella simmetria assolutamente involontaria. Quella sera conobbi Giaime mentre ci rincorrevamo a colpi di flop sui due treni parcheggiati.
Di Giaime ho sempre condiviso la visione estetica del bombing, che non Ë uníarte minore, ma un approccio diverso alle lettere: cercare uno stile togliendo elementi, non aggiungendoli. Quando riesce, devasta.
Allíinizio mi capitava di dipingere in vari formati: dal barbeque sulle 8/9 persone, qualcuno magari in un elegante outfit total-fluo oversize al supercompatto, il duo dinamico con Stand. Qualche anno dopo, più o meno dal ferimento di Joe, solo gruppi più piccoli, tendenzialmente in 3-4, quasi sempre con un palo fisso a rotazione.
Noi ci muovevamo numerosi perchè,  poco dopo i primi colpi, avevamo incontrato gli ETC, che si erano mossi sulla A quando
noi ci eravamo estesi sulla B. Arancioni contro blu. E invece no, ci associammo, riconoscendoci pari veleno e fame di stile. Da quellíalleanza sarebbero nati i TRV.
Si cambiava spesso nome, tanto eravamo sempre noi. Io ne usati veramente tanti: Deb, Clint, Dkay, Wino, Roy e altri. La metro era il mio quaderno di prima elementare, su cui imparare lettere e alfabeti.
Dalla mente al metallo, per cosÏ dire. Gli stimoli erano meno confusi di oggi: attraverso le fanze scoprivi lo stile di una città, non solo di un writer. E prima di internet vedevi molta pi ̆ Europa che New York.
Il menù era veramente ricco – A, B, Lido, Nord, Laziali, FM e FS vario ma B e Lido rimangono le mie preferite. Sono la 2 e la 5 di Roma, con tutto il rispetto per gli altri.
Tra le yard, ricordo con affetto il vecchio lay-up a sud di EUR Magliana, detto Spaghetti, rilassante al punto che mi ci ero avventurato in solitaria. Tempo prima ero andato da solo a Rebibbia allíora di pranzo per approfittare di un derby trasmesso in chiaro dalla Rai, ma ci trovai gli ETC a farsi le canne defaticanti post-bombing e cosÏ mi feci il pezzo con tutti loro che mi facevano da palo.
Dovetti andare via per quasi due anni e fu pesante da tutti i punti di vista. Mi ero perso un bel poí di cose, tra cui qualche proiettile di metronotte. La situazione era cambiata: più vigilanza, più saturazione e molti stranieri in visita, alcuni di loro nostri supereroi. Sul ponte di San Paolo potevi ammirare una sfilata di burner mentre B e Lido si scivolavano accanto, brillanti sotto il sole. E quasi niente veniva buffato, per anni e anni. Il prezzo da pagare era la scarsità di metri quadri: sempre più spesso dovevi coprire qualcun altro, con quello che ne segue. Anche se raramente i nostri lavori furono coperti, almeno dai locali.
La concorrenza, però, fa sempre bene: in quel periodo uscirono i pezzi migliori, forse perchè avevamo finito líapprendistato e, ognuno a modo suo, cominciavamo a definire il nostro stile, meno influenzati da altre realtè. La scena stessa ti dava forza: erano ormai 5 anni che le
metro giravano dipinte, non cíera giorno in cui un nuovo ragazzino non si unisse alla partita, anche i muri e gli autobus della città cominciavano a soccombere. Era  più o meno líepoca del Rome Zoo, creatività e testosterone in abbondanza.
“Cosa vi spinge?”, chiedevano i giornalisti. Cosa cazzo mi frenava?, bestemmio oggi.
La stampa ti trattava bene, non eri un vandalo come adesso. Eri un giovane che esprimeva la sua rabbia attraverso líarte. Sia come sia, nel mio caso non starei a scomodare líarte. Però è vero che le vie del writing sono misteriose, e ognuno ci arriva a modo suo. Magari
infrangendo la legge mente la studi.

Fughe non troppe. Alcune ritirate strategiche, ma il pezzo si finiva sempre. Probabilmente la mia fuga più angosciante fu al lay- up delle Nord al Flaminio. Scenario inedito ed era il mio primo bombing sotterraneo – con crew al completo featuring Shad TKA da Milano, calato a Roma dopo una delirante jam a Follonica. Ci tanarono dalla stazione, a cose fatte. Non avevamo un piano di fuga, cíera solo da correre a perdifiato per 2 chilometri, al buio, fino allíuscita del tunnel da cui eravamo entrati, col terrore di essere bevuti a Euclide o allíAcqua Acetosa. Tra la corsa, le Diana rosse e il panico/claustrofobia, un altro poí ci resto. Alla fine tutto liscio, però buffarono i pezzi e niente foto. Sar‡ per quello che ho frequentato poco i tunnel, solo un paio di volte a Rebibbia, ma non aveva senso rischiare in quella trappola per topi per farsi gli stessi treni che trovavi a Magliana. La A l’ho dipinta a Anagnina, mai a Ottaviano.
Altra fuga memorabile fu proprio a Magliana: eravamo un botto, non cíera una banchina libera. Il metronotte passò a pochi metri senza vedermi, e puntÚ la banchina dove il Koma e il Cina stavano taggando dopo aver finito i compiti. Scarrellò il pezzo, perchè non ci fossero
dubbi sul suo zelo, ed effettivamente nessuno dubitò: scappammo stile pisciata sul formicaio, in mille direzioni diverse.
Gli spray erano scadenti, eppure ci abbiamo costruito sopra uno stile.
Qualcosa lo compravi, qualcosa lo rubavi e, a periodi, qualcosa si rimediava da jam o lavoretti. Ma sicuramente i ferramenta romani hanno dato un grande contributo allo sviluppo della scena. Per non parlare di qualche cartotecnica in zona centro dove Stand, al prezzo di un cartoncino Bristol, otteneva in omaggio una decina di Marabu. A tutti loro vanno i miei pi ̆ sentiti ringraziamenti.
Mi sono divertito. Rifarei tutto, solo di più, e forse anche un pò meglio.
A volte sento il bisogno di tornare a dipingere, ma non ho mai amato le murate domenicali dove, tra líaltro, ho sperimentato la mia unica bevuta e non sono sicuro di riuscire ancora a zompettare per le yard. Oggi gli spot migliori sono iper-saturi: mi piacerebbe dipingere
in posti remoti, seguendo una strategia di minima visibilità e massima sorpresa per lo spettatore, facendogli vivere líemozione che provavo io tanti anni fa, quando scoprivo un pezzo in una città ancora praticamente pulita. Mi attira anche la libertà di stile che c’è adesso, noi abbiamo usato una palette tradizionale, pi ̆ limitata.
Sinceramente non so nemmeno se riuscirei ad emanciparmene.
Si ricomincia? Come diceva quell maledetto di Ed Koch, ìtime will tellî.

Babilonia era un negozio di vestiti che si trovava in via del Corso, e lì dentro c’era una stanza nella quale chiunque poteva suonare i propri dischi o cantare mentre gli altri ascoltavano e ballavano ritmi all’epoca sconosciuti. Quello fu uno dei luoghi dove nacque la scena Hip-Hop romana e dove creammo gli UMC’S, una crew fatta insieme a gente come GIAIME e RUDE MC, unicamente con lo scopo di fare rap.

Da lì ben presto il luogo di ritrovo fu Burghy dove c’erano i FLAMINIO MAPHIA e dove io insieme a MANEO, a SIGLO e ad altri scrivevamo CNC.  Ma c’era così tanto fermento e le cose andavano talmente veloci che di lì a poco iniziai a uscire insieme a KOMA e HEKO, con cui dipingemmo anche la stazione di Eur Palasport, e poi con HESTRO e CIOF T, e tutti insieme formammo gli ETC.

Abitavo con i miei a Spinaceto e come tutte le sere per tornare a casa, prima di prendere l’autobus, dovevo arrivare al capolinea della metro B. Una volta avevo preso l’ultima corsa e mi ero reso conto che il conducente aveva spento il treno qualche metro dopo il capolinea che allora non era Laurentina dove c’erano ancora i lavori in corso ed era chiusa. Così una notte entrai insieme a JOE, che all’epoca scriveva JAM, nel tunnel dove di giorno passavano centinaia di convogli diretti a EUR Fermi e iniziammo a camminare. Sembrava interminabile, finché non arrivammo alla fermata Palasport dove ci accertammo che non ci fosse nessuno prima di proseguire fino alla stazione successiva: eravamo a un centinaio di metri quando vedemmo il frontalino della metro ferma, sembrava che il cuore stesse per esplodermi dall’agitazione ma continuammo a camminare fino alla fine della stazione successiva dove, una volta appurato della totale assenza di addetti ai lavori, dipingemmo quelli che a mio avviso furono i primi pezzi mai fatti in metro B. 

Io scrissi HATEM. 

A dire il vero il risultato finale, anche dovuto alla grande paura, non fu niente di che anche se come outline utilizzai Il rosso carminio delle Marabu che avevo rubato qualche giorno prima da Vertecchi, uno dei più importanti negozi di belle arti di Roma, dove già all’epoca, sia io che altri andavamo a rifornirci gratuitamente di spray che avevano una qualità superiore alle bombolette in vendita nei vari ferramenta della città.

Avevo così tanta paura di non rivederlo che ero andato a dipingere con una macchinetta fotografica con la quale immortalai il momento. Il giorno dopo non ricordo nemmeno se andai in stazione a vedere se il mio treno stesse circolando, e avevo persino paura di far sviluppare il rullino.

Andammo anche a Ottaviano, dove una volta insieme a KOMA feci un wholecar ETCETERA di cui l’unica testimonianza fu una ripresa mai più vista, dove posavamo tutti con il culo all’aria, e che era stata fatta da qualche presente quella sera. In quel posto era sempre una festa e non so perché ci fosse la convinzione che più si era e meglio si stava.

Poco dopo uscii dalla crew e per lo più andavo a dipingere da solo o con ANEK e quel che restava dei WPA. Una sera mentre stavamo per entrare in yard, incontrammo PANDA che all’epoca scriveva ancora BELKE e che ci presentò prima STARZ e poi HEKTO. Nacque subito un’amicizia e da lì a poco si tramutò negli MDF con cui ho continuato a dipingere.

BINGO, HATEM, KRAM, PORK, DAYS, JUDA. Non mi importa cosa abbia scritto perché sono già alla ricerca del prossimo nome!

Ho dipinto il mio primo treno nel ’92, l’ultimo una settimana fa.
L’unica cosa che hanno in comune questi due eventi è la mancanza di competizione. Nel ’92 perché non dipingeva quasi nessuno, ora perché sono io a non sentirne la necessità.
Ho sempre avuto la voglia di scrivere il mio nome, anche quando ero piccolo, sui muri della comitiva di zona, sui mezzi pubblici quando andavo a scuola, in classe, nei bagni.
Da bambino giocavo in un deposito di treni merci che stava di fronte casa di mia nonna. Anni dopo ho risentito quegli odori e quei rumori nelle yard della metro.
Nella seconda metà degli anni ’80 andavo in skate e mi capitavano tra le mani riviste americane come Thrasher e Poweredge. Spesso c’erano dei graffiti nelle foto e li guardavo con curiosità ma, probabilmente, quello che mi colpì di più in quel periodo furono le sequenze in metro nel film “I guerrieri della notte”, bombing interno ed esterno, vagoni distrutti. Mi chiedevo cosa fossero tutte quelle scritte, quale il loro significato.
I tag in tutta Roma si contavano sulle dita di una mano, quindi ancora non c’era nessun esempio visivo a cui far riferimento. Nel ’90 cominciai a farli col mio nome di battesimo abbreviato, per circa un anno senza sapere esattamente cosa stessi facendo, poi incontrai chi finalmente poteva rispondere alla mie domande e soddisfare le mie curiosità, SPIKE, CRASH KID, OZEE e GIAIME. 
Nel ’91 cambiai tag e circa un anno dopo cominciai a dipingere con più continuità con le persone che avevo conosciuto in quel periodo, JOE, SUGO, PANE e NICO. Anche loro erano agli inizi, ci scambiavamo informazioni e opinioni, dipingevamo nei centri sociali di giorno e per strada di notte. In quel periodo decidemmo di fare il primo treno, da un mesetto girava il LIDO degli MT2 del settembre ’92. Dipingemmo a dicembre, insieme ad OZEE e le 00199. Non avevamo ancora un crew e dipingere quel treno insieme ci diede la spinta a formare gli ETC subito dopo.
Cambiai di nuovo nome, per l’ultima volta.
Nello stesso periodo mentre TUFF e GIAIME si facevano la NORD a Flaminio e SUGO la LINEA A ad Ottaviano, noi colpimmo la LINEA B a Eur Fermi. In un paio di mesi abbiamo sverginato tutte le linee di Roma. Cominciammo a dipingere con più continuità la metro, feci un wholecar ad Ottaviano e anche STAND E GIAIME cominciarono a venire con noi. Forse perché eravamo gli unici a farlo in quel periodo, non credo per la qualità della nostra roba, perché loro già andavano forte. Cominciai a fare i primi flop ispirato da quelli che vedevo da GIAIME che già spaccavano. Scoprimmo Magliana, Ostia e Anagnina e, nonostante i buff dei primi treni, ci girava parecchia roba. All’inizio ci sparpagliavamo nelle yard perché i treni erano puliti e volevamo che qualcosa girasse, poi, quando capimmo che non avrebbero più pulito, cominciarono gli E2E. Dipingemmo pezzi molto piccoli nel ’94, non so esattamente per quale motivo, ricordo che le nostre prime cose in metro del ’93 avevano dimensioni normali e si sono trasformate in roba minuscola, il modo di dipingere degli stranieri che vennero a Roma ci fece capire che le dimensioni erano importanti. La consapevolezza e la conoscenza acquisita in quel ’94 ’95 portarono alla formazione dei TRV, tutti gli ETC più TUFF e gli MT2 STAND, DEBONE e KRAZE.
Per tutti gli anni ’90 ho continuato a fare la metro, ma non con la continuità di altri del crew. Mi piaceva parecchio bombare in strada, non più farmi il pezzo, preferivo fare throw-up e tag in giro, su autobus e tram, marker e pietra sempre in tasca. Cominciammo a dipingere con gli ZTK che stavano bombando forte in strada e sui vagoni. 
I graffiti in metro degli anni ’90 per me sono stati come un campionato di calcio. La competizione degli spazi era forte e le crew erano diventate tante, TRV e ZTK  hanno dominato il campionato, dall’inizio alla fine. Non lo dico io e non parlo di me, ma a distanza di tanti anni basta guardare le foto per capire, c’erano troppi fuoriclasse in quella squadra per non vincere, PANE, GAST, JON, STAND, NICO, GOR, JOE, SUGO, DEBONE. Grazie per quello che avete fatto, è stato bello veder girare quei vagoni e un po’ li rimpiango.
Sono troppo legato a quella roba immortale degli anni ’90 per parlare in maniera approfondita di quello che è successo dopo, anche se non nominare quanto fatto da YESS, KARE e DES sarebbe un delitto, così come non ricordare il periodo ’05 ’08 dei backjump in B, con VER, JON, SYLA NEON e VAR85, dove ci siamo divertiti parecchio. L’età avanza ed è sempre più difficile vedere il campo da gioco, ma se capita non mi tiro indietro e una partita me la faccio volentieri.

Ho iniziato ad essere un writer senza saperlo. Negli anni ‘80 mi affascinava la break-dance e su DJ Television speravo sempre che passassero qualche video che ne proponesse dei passi, mi piaceva tutto: gli stereo esagerati, i movimenti, l’atmosfera bronx e tutte quelle indecifrabili scritte e quei disegni che chiaramente riportavano lettere… ma vai a capire cosa fossero.
Il fascino del “ghetto” mi ha portato a consumare i VHS dei “Guerrieri della notte” e di “Turk 182”, che di “ghetto” aveva poco, ma solleticava chi aveva un animo da graffitaro.
Roma era decisamente poco internazionale, specie se rapportata a Milano, le scritte sui muri imperversavano, ma erano per lo più politiche o calcistiche e forse non è un caso che la mia “storia” graffitara nasca dall’unione di queste due oltre che da una buona dose di cazzeggio.
Una volta a scuola con il mio storico amico Francesco (che sarà poi RAES), così per cazzarare scrivemmo su banco una frase che era “Cali… Lasciati Baciare”, dal cognome di una che non era propriamente la più affascinante della classe, da li per sfottere l’uso esagerato che si fa e faceva della “k” l’abbiamo tramutata in “Kali… lasciati Baciare”, e visto che la sigla suonava bene (KLB) e ci abbiamo aggiunto un “Regna”.
Nel giro di qualche mese i muri tra Prati, Monte Mario e Primavalle nonché gli autobus che giravano per quei quartieri erano stracolmi di KLB Regna e la sorella più piccola di RAES (all’oscuro del fatto che l’autore fosse il fratello) disse che si trattava di una sorta di struttura piramidale e che a seconda del colore della scritta l’autore era di un grado più o meno elevato!!! A scuola mi menarono per sapere cosa significava. Ero basso e magro ed uno dei più incazzosi della scuola mi accerchiò con qualche sodale per sapere il significato, ma quando mi dissero “occhio che sta negli Irriducibili”, la mia unica risposta fu “ah si, quel gruppo di merda!”, un paio di ginocchiate nelle palle ed una testata furono la sua risposta, ma la campanella suonò e dovemmo rientrare in classe a seguire le lezioni, io ero in lacrime ma mi dovettero lascar andare.
L’estate andai in vacanza-studio in Inghilterra e  conobbi un ragazzo di Milano che mi spiegò l’hip-hop, i tag, il writing…  Con lui feci il primo graffito e acutamente scegliemmo un muro del college, così il pomeriggio successivo ci chiamarono dalla direzione: “vi rispediamo in Italia”, ci tennero tre giorni così prima di perdonarci.
Tornato a Roma uscii subito con RAES e notammo che vicino a molti dei nostri “KLB” era stata aggiunta la firma NATAN. avevo dei sospetti che furono confermati da un “Paoletto attento”: era SUGO! un altro degli amici che frequentavo assiduamente al “Roma Club Trionfale”, luogo di riferimento del Commando Ultrà del quale facevamo parte.
Ci scegliemmo dei tag nuovi, io ero SDEF. Sfogliando un dizionario di inglese dove avevo trovato una specie di esclamazione tipo “God’s death”, sincopabile come “ ‘s death” e traducibile come un’esclamazione di stupore contrariato che nel mio immaginario sarebbe stata la reazione di chi avesse visto le mie firme. SUGO scelse BISC, dal soprannome “Biscottino” che aveva nel Commando, e Francesco rimase RAES. Eravamo gli RSC.
Cominciammo a girare prevalentemente in Prati, e poco dopo io e BISC (che circa un anno anno e mezzo dopo cambiò il suo tag in HESTRO) iniziammo a frequentare prima il Corto Circuito conoscendo l’area più politicizzata dei graffitari (ricordo bene le ragazze di 00199, l’ala graffitara degli Assalti Frontali), e poi il Cinema Reale davanti al quale si riuniva parte della scena romana. Legammo con Giaime e Rude MC con i quali a volte uscimmo assieme.
Il capodanno tra il 1991 e 1992 andammo a fare la terrazza al Gianicolo e l’anno dopo decidemmo di provare a fare la Linea A. 
Non era una missione sicura, male che fosse andata avremmo dipinto in stazione o in galleria. Qualche anno prima la fermata di Flaminio era stata “attaccata”, ancora non conoscevo il writing ma me la ricordavo bene, non c’erano graffiti o throw-up, ma una serie di disegni e tag tali da rendere improbabile che fossero stati fatti a stazione aperta.
Il dubbio era come ri-scavalcare il vetro una volta tornati indietro, non ci eravamo accorti della scaletta a metà ponte, ed al ritorno non avremmo avuto il guard-rail da cui partire, e non avevamo neanche calcolato il dislivello della sede dei binari così per poter uscire realizzai una corda con una specie di staffa in fil di ferro al centro, ne avrei lanciata un’estremità ad Hestro dopo averlo fatto scavalcare. 
I pezzi da fare erano tre: HESTRO, SDEF, ed un PERTURBATI, quasi una windows-down. Lui aveva portato 2 torce da stadio con lo scopo di favorire un’eventuale fuga, io avevo portato la macchinetta fotografica con un rullino iso 800 ma sfiga volle che non si agganciò e quindi non c’è nessuna foto di quella notte.
Lasciammo le nostre firme sotto ogni luce e sulle colonnine al centro della stazione e visto che il treno fu cancellato immediatamente, quella insieme alle tag sul frontalino, furono l’unica prova che eravamo entrati lì quella notte.
Una volta dipinta là metro tornammo al ponte ed arrivati al ponte la cosa si feci la scaletta ad HESTRO e lanciai quella corda che avevo fatto, mi arrotolai la corda intorno alla mano e penai parecchio prima riuscire a scavalcare, fortuna però che non ci misi troppo visto che mentre slegavamo il motorino passò una camionetta della polizia.
Dopo qualche mese lui entrò negli ETC e io ero rimasto solo così una sera decisi di tornare a dipingere a Ottaviano ma prima mi fermai a fare uno SDEF sotto la galleria; ad un certo punto mi girai e vidi due tizi che mi venivano incontro così preso dal panico scappai.
Una volta fuori me ne andai in motorino e dopo un po’ mi si affiancarono due tipi su un altro scooter: ANEK e MICRO dei WPA. Erano loro che avevo visto sotto la galleria e che mi chiesero perchè fossi scappato.
Rientrammo e dipingemmo ma tornando indietro a Lepanto vedemmo due fari sotto la galleria. ANEK si nascose non so dove, MICRO era sparito e io decisi di passare vicino quel treno e una volta superato, corsi fino al ponte.
Entrai nei WPA che nel frattempo avevano scoperto il deposito di Laurentina e passai tutta l’estate con ANEK a graffitare visto che ci avevano rimandati entrambi.
Anche se ero determinato e mi piaceva l’illegalità, ogni volta che andavo a dipingere succedeva qualcosa: era evidente che ero sfigato e inoltre mi mancava il talento e così smisi poco prima che a Roma il fenomeno del writing esplodesse!

Era l’estate del 1992 quando all’improvviso nella stazione della metro San Paolo spuntò una murata di CROMO & Co. E qualche settimana dopo anche un treno dipinto. 
Ancora non ci conoscevamo ma questa cosa fece scattare subito in noi l’idea che potevamo e dovevamo fare meglio. Non c’erano tanti writers a quell’epoca e le informazioni erano poche, così iniziammo a studiare il modo per fare pezzi di una qualità maggiore, a cercare spray e tappi che ci consentissero di fare un tratto più pulito, ma non solo: iniziammo a cercare delle yard immacolate dove poter dipingere dei vagoni anche noi. 
Loro dipingevano il Lido e la Linea B, alcuni membri del BK38 fecero i treni del Casilino, mentre noi puntavamo a fare la Linea A. 
Iniziò così un periodo di competizione tra le varie crew per cercare di dipingere nuove linee di treni. Un clima di competizione vissuto comunque con spirito di collaborazione tra tutti i writers: quando ti incontravi con gli altri iniziavi a dare e a ricevere informazioni su questo o quel ferramenta anziché sulla yard X. E così riuscì a esplodere il movimento!
Io in quel periodo dipingevo con SDEF e un giorno passando sul ponte tra Flaminio e Lepanto vidi sul lungolinea un pezzo CKA fatto da CHECK di Londra, che in quel periodo viveva a Roma ed era amico di BREEZY G. Così la sera di Capodanno del 1992 decidemmo di scavalcare la vetrata e di incamminarci verso Ottaviano che in quel periodo era il capolinea della metro A. Fu una camminata interminabile e ogni volta che un’automobile passava sopra una grata in alto ci prendeva un colpo. 
A Lepanto salimmo fino alla biglietteria per essere sicuri che non ci fosse nessuno per poi tornare a camminare nel tunnel, in fondo al quale ben illuminato dalle luci della stazione c’era un convoglio della metro A. Ma una volta arrivati sul posto ci rendemmo conto che a un centinaio di metri oltre quel treno ce ne era un altro nascosto nella penombra, che ci stava aspettando!
Continuammo a tornarci finché una sera, quando gli altri erano andati a dipingere i treni del Casilino, io tutto solo mi intrufolai nel tunnel ma mentre camminavo per arrivare a Ottaviano mi resi conto che c’erano degli operai con il trenino giallo che lavoravano. Così dovetti tornare indietro.
Il giorno dopo raccontai l’accaduto a tutti che rimasero allibiti dal fatto che fossi andato lì da solo! Capimmo che avevamo bisogno di un posto tranquillo dove dipingere la metro A e fu così che, poco dopo, trovammo il depositone di Anagnina dove iniziammo ad andare prima di notte e poi di giorno.
Qualche tempo dopo io e PANE facemmo un viaggio con l’obiettivo di dipingere più treni possibile. Passammo da Piacenza a Milano, poi per Monaco a dipingere con MILK e per Dortmund per dipingere con FUME, per arrivare infine ad Amsterdam dove ci arrestarono durante un azione in metro insieme ad un writer locale. 
Dopo tre giorni di carcere PANE andò ad una convention di graffiti insieme a KRAZE mentre io rimasi alcuni giorni ad Amsterdam e iniziai a pensare che quando sarei tornato a Roma avrei potuto dipingere anche da solo qualsiasi yard della capitale. Da noi i controlli erano ancora sporadici e con le nuove tecniche che avevo imparato dipingendo in Germania mi sentivo abbastanza sicuro. Andando da solo o con al massimo uno o due compagni avrei corso molti meno rischi.
In seguito PANE andò a vivere ad Ostia per un periodo e lì ebbe l’occasione per dipingere la Lido per bene… ma poi ci fu l’episodio di JOE a cui spararono alla spalla mentre dipingeva a Magliana. La situazione si era esasperata fino a diventare una caccia tra guardie e ladri e decisi di limitare le mie uscite in metro.
Continuai ad andarci ogni tanto con JON, GAST, GOR e ONE, ma sempre in pochi elementi per volta.
Cambiarono molte cose, ma mai la ricerca per lo stile. E non importa se scrivevo HESTRO o SUGO o qualche altro nome inventato la sera stessa, gli altri writers avrebbero comunque riconosciuto l’attitudine e questo era importante.
Negli anni ’90 sperimentavamo tanto e pensavamo solo a tirar fuori uno stile personale senza pensare troppo alla leggibilità delle lettere. I nostri punti di riferimento erano i Writers di NY, olandesi, qualche tedesco. In una delle prime fanzine che mi capitò tra le mani, Trap, realizzata da SHAD a Milano, vidi per la prima volta i graffiti di gente come DELTA, ZEDZ, FUME, MILK e MELLIE, dei veri e propri miti del writing europeo, e quando vennero alcuni anni dopo a dipingere con noi a Roma, ai nostri occhi fu il riconoscimento che stavamo spaccando sia in quantità che in stile!

 

Credo che la mia corta esperienza di metro inziò quel giorno nell’83 quando vidi Beat street, ma ero solo un bambino e sarebbero dovuti passare ancora alcuni anni prima che SKOOL con cui stavo in classe, mi dicesse che aveva trovato una palestra dove dei ragazzi vestiti larghi ballavano il freestyler, così un giorno andai pure io e così conobbi CRASH KID, BARO, ZERO ed altri: quella fu la chiave che mi aprì la mente verso la metro. Di lì a poco CRASH KID mi chiese di accompagnarlo un pomeriggio a fare dei giri in metropolitana per capire come poter entrare nel deposito di Magliana, prendemmo il Lido e li conobbi EMC che da lì a poco sarebbe diventato CROMO. Avevo capito che c’erano persone che avevano ben più chiaro di me il concetto di metro, persone che studiavano, che si organizzavano per dipingere la metropolitana. La mia carriera sulla metro durò pochissimo ed anche se feci alcuni end to end in metro A, non dimenticherò mai quella notte del 25 dicembre del ’92 quando feci la mia prima metro B insieme a CRASH KID, CROMO, CHINA e RUDE MC.

Per andare nei vari spot dove si faceva skateboard dovevo prendere la metro, e l’idea di poter salire su un vagone su cui c’era scritto il mio nome mentre ci stavo andando mi faceva impazzire.
Ho conosciuto i vari CRASH KID, SERIO, CROMO e tutti gli altri davanti a la Cicogna che si trovava in viale Regina Margherita, anche se a dire il vero uscivo di più con i miei amici ZAC e BAZOOKA e fu proprio quest’ultimo che un giorno mi disse di aver trovato un deposito della metro A che era facilmente raggiungibile ma nel quale non aveva mai osato entrare: si trattava di Osteria del Curato, e ovviamente alcune notti dopo ci andammo insieme.
Inizialmente ci perdemmo perché lui non si ricordava con esattezza la strada, ma dopo qualche tentativo finimmo per immetterci in un piccolo vicolo sterrato e totalmente buio alla fine del quale come per magia ci ritrovammo davanti a questo enorme deposito di metro, illuminato da una luce arancione!
Restammo fermi davanti alla recinzione per una decina di minuti tentando di capire cosa fare finché preso dalla smania senza dire niente scavalcai la rete: BAZOOKA sottovoce mi intimava di fermarmi, continuando a ripetermi che ero un pazzo, ma ormai l’adrenalina aveva preso possesso di me e cominciai a camminare intorno alle banchine stando attento che non ci fosse nessuno di paraggi. Tirai fuori uno spray ed iniziai a fare delle tag, e poco dopo entrò anche il mio socio a darmi manforte finché non sentimmo dei rumori poco lontani e scappammo.
Quello fu solo l’inizio strampalato di un qualcosa di indescrivibile perché le volte successive ci tornammo armati delle migliori intenzioni, finché la voce non si sparse troppo e il posto fu sputtanato.

Per andare nei vari spot dove si faceva skateboard dovevo prendere la metro, e l’idea di poter salire su un vagone su cui c’era scritto il mio nome mentre ci stavo andando mi faceva impazzire.
Ho conosciuto i vari CRASH KID, SERIO, CROMO e tutti gli altri davanti a la Cicogna che si trovava in viale Regina Margherita, anche se a dire il vero uscivo di più con i miei amici ZAC e BAZOOKA e fu proprio quest’ultimo che un giorno mi disse di aver trovato un deposito della metro A che era facilmente raggiungibile ma nel quale non aveva mai osato entrare: si trattava di Osteria del Curato, e ovviamente alcune notti dopo ci andammo insieme.
Inizialmente ci perdemmo perché lui non si ricordava con esattezza la strada, ma dopo qualche tentativo finimmo per immetterci in un piccolo vicolo sterrato e totalmente buio alla fine del quale come per magia ci ritrovammo davanti a questo enorme deposito di metro, illuminato da una luce arancione!
Restammo fermi davanti alla recinzione per una decina di minuti tentando di capire cosa fare finché preso dalla smania senza dire niente scavalcai la rete: BAZOOKA sottovoce mi intimava di fermarmi, continuando a ripetermi che ero un pazzo, ma ormai l’adrenalina aveva preso possesso di me e cominciai a camminare intorno alle banchine stando attento che non ci fosse nessuno di paraggi. Tirai fuori uno spray ed iniziai a fare delle tag, e poco dopo entrò anche il mio socio a darmi manforte finché non sentimmo dei rumori poco lontani e scappammo.
Quello fu solo l’inizio strampalato di un qualcosa di indescrivibile perché le volte successive ci tornammo armati delle migliori intenzioni, finché la voce non si sparse troppo e il posto fu sputtanato.

Doveva essere la fine del 1993 quando riandammo per l’ennesima volta a Laurentina, dopo che OUTREM si fu piazzato come palo per controllare che tutto fosse in ordine, visto che avevo degli enormi problemi a scavalcare, anche quella volta fui scaraventato a forza dall’altra parte della rete da ANEK che invece era bello robusto. Una volta dentro, OUTREM mi disse che il metronotte si stava muovendo verso di noi e visto che per me era assolutamente impensabile scavalcare la rete da solo, mi intimò di nascondermi.
Non sò quanto tempo passò, ma ricordo di essermi adagiato su un comodo materasso fatto di sassi che si trovava sotto la banchina sulla quale nel frattempo il security stava tranquillamente camminando, forse insospettito da qualche rumore, senza però riuscire a capire cosa stava succedendo: stava camminando proprio sopra di me, l’adrenalina era al massimo e trattenni il respiro sperando che tutto andasse bene quando ad un certo punto un enorme ratto passò a non più di 10 centimetri dalla mia faccia. Non potevo fare nulla e fortunatamente il topo si disinteressò totalmente di me e continuò per la sua strada, così come del resto fece il metronotte, che tornò tranquillamente a bivaccare nel suo gabbiotto. Solo allora gli altri scavalcarono e potemmo dipingere rapidamente quella metro che fino ad allora era rimasta immacolata.

Tra il 1994 ed il 1995 ci hanno sparato tre volte!
La prima volta stavo con Micro e non eravamo ancora entrati quando ci spararono, quando scappammo in una delle varie stradine che avevamo usato come via di fuga c’era una macchina con all’interno due che scopavano e MICRO si fermò a guardarli mentre io lo incitavo a continuare la fuga.
La seconda volta invece stavo con PORKOS. Mentre stavamo dipingendo dalla stazione vidi arrivare di corsa il metronotte cosi mi girai e mi resi conto che il mio compagno era già sparito. L’addetto alla sicurezza iniziò a sparare, io raccolsi il mio zaino e scavalcai la recinzione con un salto olimpionico è solo quando arrivai a casa mi resi conto che lo zaino aveva un foro di un proiettile: quel pazzo aveva mirato alle gambe! 
La terza volta invece fu quando insieme ad ANEK conoscemmo OZEE KID e CIOFECA a Tor Bella Monaca durante un concerto dei 99 Posse.
Decidemmo di andare a dipingere tutti insieme e una volta arrivati a Laurentina io che ero ancora traumatizzato dal fatto che mi avevano sparato il mese prima rimasi fuori a fare il palo, mentre CIOFECA controllava dal frontalino. Il tutto durò pochissimo perché ci stavano aspettando: dal nulla sbucarono alcuni metronotte che mentre ci accerchiavano iniziarono a sparare, così io alzai la rete che avevo tagliato in precedenza per far sì che i miei compagni potessero uscire rapidamente e ci dileguammo fortunatamente senza problemi.

Il 1994 è stato un anno importante per il writing romano.
Guardo sempre con tenerezza ai miei primi tentativi d’ingrossare il deficit di bilancio Acotral. Non che non mi applicassi, c’erano dedizione e studio; le visite notturne nei depositi e nei lay-up relativamente frequenti; il problema era la risultante, inversamente proporzionale al mio desiderio di grandeur: una porta intera; una porta intera e lo spazio fino al finestrino; una porta intera, lo spazio e oltre, fino a metà del finestrino; mai e poi mai
una porta intera fino alla porta successiva.
Quello che avevo prodotto fino al confronto con il writing internazionale erano delle miniature ben fatte ma sbagliate nelle dimensioni; sentivo che, se erano giuste nella direzione di una ricerca più o meno originale, mancavano della magnitudo che il mio impegno meritava, o quantomeno quello a cui ambivo.
Mi resi conto del problema fotografando i vagoni della metropolitana con la mia reflex, una Pentax K1000. Se Henry (Chalfant) aveva definito uno standard per la ripresa dei vagoni, inquadrando i tre pezzi dipinti in altrettanti scatti, a Roma fino al ‘94 di scatti ne dovevi fare cinque o sei. Non perché le vetture capitoline fossero più lunghe delle newyorkesi ma perché tanti erano i pezzi che si riusciva a far entrare in un end-to-end.
Nel nostro paradiso al di fuori del tempo, dipingevamo miniature-pieces con i nostri nomi di tre, quattro lettere: Wist, Hest, Nol, Bas, Jin, Was, Imz, Deb; ignorati dal resto del mondo, godevamo della gestione alla ‘romana’ dei graffiti da parte dell’autorità.
Ricordo il conducente del primo treno dipinto della linea per Ostia all’alba del 19 settembre 1992 strillare in un romano-ciociaro: “v’ho vishto, sciete voi che avete fatto le scritte!”.
Se inconsapevolmente il conducente di Frosinone dava il primo fondamentale contributo alla critica d’arte che riguardava il writing centrando il punto, “noi facevamo le scritte”, lui tanto quanto l’azienda per cui lavorava ignoravano grossolanamente il perché e soprattutto come e quando le facevamo.
Dopo ‘Indelebile’ a Rimini nell’estate del ’94 Roma ha ricevuto la prima di numerose visite di sportivi con molta più esperienza in quella disciplina urbana. Mark fu il primo a scendere in città e se la sua presenza non lasciò un segno significativo nell’evoluzione del lettering romano, fu fondamentale nel farci maturare l’approccio a quello sport.
Mark degli MSN giocava nella Bundesliga e per noi che giocavamo bene, ma al campo dei preti, è stato il primo spiraglio sull’agonismo.
Il confronto mi convinse che dovevamo far di meglio, molto meglio: era quasi un obbligo nei confronti di un’Europa che faceva i conti con vandal squad internazionali schedatura delle impronte digitali, reti elettrificate, telecamere e soprattutto con il buff quasi certo.
Così nel 1994 cambiò l’attitudine e insieme la dimensione: le informazioni e le esperienze condivise con i writers che scoprivano la nuova mecca del bombing mondiale trasformò lo sport romano in maniera tanto radicale quanto l’apertura agli stranieri aveva rivoluzionato il campionato di calcio nel 1980.
Barattai l’expertise internazionale con piatti di rigatoni alla carbonara, assicurandomi il passaggio di cintura con un immediato salto evolutivo: uscito dalla comfort-zone romana ero pronto a diventar grande. Se il mio metro e settanta non mi permetteva però di gareggiare in altezza, potevo coniare nuovi nomi da scrivere, più elaborati e altisonanti, da adattare docilmente alle necessità di spazio e tempo.
Abbandonati definitivamente i mono sillabici Win, Wan Wuz Waz, Was, oltre lo storico Stand erano ora a mia disposizione: Adam, Bam5, Tyson, Soul73, ognuno legato a una stagione, tutti ugualmente potenti.
I nuovi nomi rappresentarono un cambio di marcia, una maturità e una più incisiva disposizione allo spazio urbano-pittorico: un vagone, finalmente, si dipingeva in tre.

Henry era servito.

 

Era estate piena a Roma e la città era deserta, quella notte decidemmo di andare a dipingere nel lay-up di Ottaviano che si trova tra castel Sant’Angelo e la basilica di San Pietro, nel cuore di Roma. Eravamo io, TUFF, SUGO e credo anche STAND, inoltre con noi c’era anche Giorgio GRANDI NUMERI dei Cor Veleno che è il fratello di TUFF (questa cosa è importante perché all’epoca se un nostro amico usciva con noi, anche se non era un writer, ce lo portavamo a dipingere) e c’era GIAIME che era un personaggio particolare perché già all’epoca tutta la sua vita girava intorno al fare i graffiti e rappare; lui era un cane sciolto che a differenza nostra sin da piccolo viaggiava molto con la mamma avendo così la possibilità di vedere e fotografare i graffiti in giro per il mondo, ed è stato uno dei primi a fare bombing. Scavalcammo la vetrata sul ponte ed entrammo nel tunnel, camminammo come al solito fino a Lepanto e li facemmo la conta: chi usciva doveva percorrere la banchina illuminata, salire le scale ed andare a controllare che nel gabbiotto non ci fosse il metronotte. Credo che quella volta toccò a SUGO il quale dopo aver controllato, scese e ci fece cenno: ricordo che salendo sulla banchina mi immaginai quando qualche ora prima aspettavo la metro in una stazione analoga, piena di gente e di rumori, e pensai a quanto fosse magico quel luogo totalmente vuoto e silenzioso sopra al quale comunque la città continuava a vivere, sentendomi un privilegiato. Ricominciammo a camminare nel tunnel totalmente buio finché non arrivammo alla fermata di Ottaviano, dove sotto la luce della banchina c’era parcheggiato un convoglio della metro, faceva molto caldo (come sempre d’altronde) e dipingemmo per molto tempo, ogni tanto mi giravo e c’era Giorgio che camminava tranquillamente tra i binari mentre GIAIME faceva uno dei suoi throw-up stilosi di cui ancora oggi non mi capacito. Non dimenticherò mai quella notte.
Sono stato fortunato perché alcune emozioni con i graffiti non le ho mai più riprovate in seguito; normalmente più sei famoso e più raggiungi l’apice, invece con il writing devi rimanere anonimo e nemmeno con la musica ho riprovato quelle sensazioni uniche. 
I graffiti sono un movimento che in un mondo dove l’apparenza è tutto, a nessuno interessa ne la tua vita privata né come ti vesti o quanti soldi hai; ho dipinto per anni con gente di cui ancora oggi non so che vita avevano. Dietro ad ognuno di noi c’era un alone di mistero, io di Tor Pignattara con mio padre in prigione, magari andavo a dipingere con uno di Collina Fleming e non ci interessava niente dei gap sociali dell’uno rispetto all’altro.

Erano venuti i francesi a Roma, e la sera prima avevamo dipinto una B a Laurentina. Quando siamo tornati a fotografarla abbiamo trovato i graffiti spaccati da altri due francesi e quindi siamo tornati a dipingere. La sera stessa. Però questa volta il lido sul ponte.
Io e Washe siamo entrati prima, a dare un’occhiata nel deposito e si sono avvicinati altri due graffitari, bombolette in mano. Erano i due francesi che ci avevano coperto!

È scattata subito una discussione, pure un po’ accesa, e alla fine gli abbiamo preso le loro bombolette per rifare i nostri graffiti. Gliene abbiamo lasciato un paio per taggare un po’ mentre se ne andavano, però non se ne sono andati, rivolevano il loro zaino (dove c’erano le bombolette).

Stavamo dentro un deposito, non era luogo di chiacchiere, quindi siamo usciti con zaino e tutto. E lì quei due ci hanno attaccato alle spalle: bombolettata in testa a me e WASHE giù, spinto sui binari. Siamo finiti a menarci sui rovi e dal casino CRASH KID, BDB e HOCTES sono entrati anche loro.

Insomma, era ora di andarcene, quindi prendiamo i motorini e partiamo, ma io ero una maschera di sangue; CRASH KID a un certo punto mi guarda e vuole tornare indietro a menarli ancora. Torniamo al deposito, arrivano le volanti coi poliziotti: tutti in ginocchio contro il muro.

Non so come, ma mentre stavamo con le pistole puntate WASHE è riuscito a imbastire un alibi su graffiti legali. E ha funzionato..

Hanno chiamato pure l’ambulanza, poi l’abbiamo finita in commissariato a raccontare tutti la stessa storiella, tra risate generali.

Bilancio della notte: una testa spaccata, una spalla lussata, uno zaino pieno di bombolette e niente graffiti…

(.. dice la leggenda che i due francesi ancora vanno a dipingere treni con l’accetta!)

Nel 1995, a 25 anni, ho dipinto la mia prima metro Lido come BOL e ho disegnato un dito opposto ad un proiettile. A seconda la direzione della carrozza uno avrebbe spinto líaltro indietro o avanti. è stato il primo di tanti pezzi disegnati, tanto che alcuni dicono che facevo murales con lo stile del writing, ma con con gli spray e sui treni al posto dei classici muri. La cosa che dissero che non fossi un writer lÏ per lÏ mi diede fastidio perchè come tutti i writers scrivevo spesso anche il mio nome con il lettering. Avendo iniziato a dipingere nel 1990 come writer (qualche anno prima come muralista) vedevo, sulle pochissime riviste estere che arrivavano a Roma, che fin dallíinizio il lettering, il disegno e i puppetts ne avevano sempre fatto parte.
Quindi me ne fregai e continuai cosÏ, finchÈ le due cose si fusero in un solo stile, praticamente disegnavo sui Casilini, sulle Nord, sul Lido e sulle FS, lettere che erano pupazzi e viceversa. Quando vedevi passare sui treni una serie infinita di lettering perlopi ̆ simili come stile e colorazione agli stili di NY (spesso con tag ìispiratiî o copiati di sana pianta agli stessi oldschool di quella città) e ad un certo punto spuntava un pezzo ìstranoî, diverso, con gli occhi che ti guardavano o
comunque che ti distraeva era una botta. Beh quel pezzo era mio e il motivo era che volevo essere diverso, distinguermi dalla massa per quello che ero e facevo, esprimermi al di la degli schemi, delle definizioni, delle inutili regole che altri seguivano alla lettera scimmiottando atteggiamenti e stili di NY, gli stessi che a volte cercavano di imporre questo e quello agli altri come ìvero writingî, líunico writing possibile ed altre cazzate del genere. Avevo i capelli lunghi ricci (sigh), chiodo in pelle con le frange, nelle orecchie musica hard core punk metal, moto Guzzi GS 50cc sotto a jeans neri, stretti, consumati sulle ginocchia, scarpe da ginnastica da bancarella, maglietta rigorosamente nera e snobbavo i pariolini col CS Piumini e altri vestiti firmati che andavano di moda. Nel 1995 stavo al Centro Sociale Occupato Autogestito Forte Prenestino, gestivo le attivit‡ del Laboratorio di Disegno e volevo per me e per gli altri líopportunità di pensare ed agire diversamente dalla massa, da qui líidea dei pupazzi che dicevano cose, lanciavano slogan ovunque, anche sulle carrozze della metro, perchÈ no!? Il writing utilizzato strumento di socializzazione attraverso le mie crews, la TMH, la 23 Recordz e il Tremaroma come famiglia allargata con la quale condividere tutto, il laboratorio autogestito come luogo dove pianificare azioni illegali, la mente sgombra da condizionamenti, la mano finalmente libera con lo spray sul metallo.

Quella notte nel deposito di Laurentina eravamo cinque, ma quando mi ritrovai a scappare lungo Via di Vigna Murata ne vedevo solo due con me. Uno di loro era Crash kid, l’unico che nomineró oggi per tre motivi. Per ricordarlo, perché ci manca e perché a nesuno dei vivi piace ricordare un fracasso. O forse si.
Era stato proprio il Crash che mi aveva coinvolto in questa uscita disgraziata. Aveva fatto da contatto con altri writers e aveva organizzato questa spedizione in un deposito che io non conoscevo per niente. L’idea non mi piaceva ma mi persuase come faceva lui, con quel sorriso di canaglia simpatica e ci andammo.
Il deposito di Laurentina é il peggior deposito che io conosca. Ha tutte le caratteristiche del posto sfigato: come prima cosa é un vicolo cieco, e giá questo sarebbe sufficiente per scartarlo. Secondo, l’unica via di fuga é la via che affianca la linea, Via di Vigna Murata.
Se solo uno si soffermasse un attimo a riflettere sui significati dei nomi delle strade dove va a dipingere ci risparmieremmo un sacco di grane.
Senti come suona bene andare a dipingere sulla “Via del Mare”, o su “Viale Marco Polo”. Danno proprio l’idea di svignarsela facile, ti senti giá salvo, é un vento che soffia a tuo favore. Ma “Vigna Murata” piú che una via é un avvertimento, é un “io te l’avevo detto!”.
Infatti tutti quelli che sono scappati lungo Via di Vigna Murata quella notte, sono tornati a casa all’alba, a piedi e con una denuncia.
Le “bevute” si assomigliano un pó tutte per via di quel sapore amaro che lasciano in bocca. Ma a forza di giocare a guardie e ladri prima o poi é un sapore che te tocca mandá giú. E quella notte fú una notte amara. Ma chi, tra di noi, non si é fatto almeno una notte amara in commissariato non ha giocato sto gioco fino in fondo. Per non parlare di chi si é preso una pallottola!
C’erano due treni nel deposito, parcheggiati paralleli e separati da una banchina centrale. Il deposito é chiuso su uno dei lati, come dicevo, da Via di Vigna Murata e sull’altro dalla stazione Laurentina dove stanno le guardie. Il lato corto che chiude sto “cul de sac” invece restava esposto per un tratto di alcuni metri. Naturalmente tutto intorno a sta trappola per topi c’era un’inferriata alta tre metri.
La scavalchiamo.
Che bella parola sca-val-ca-re. Le dobbiamo molto, se non tutto. Perché senza questo gesto non esisterebbero i writers. Tutto comincia dopo che hai scavalcato.

Una volta dentro ci mettiamo tra i due treni. Erano vagoni vergini, se ne trovavano ancora all’epoca, era il periodo Paleocristiano dei graffiti romani, il periodo del primo strato di vernice, il periodo in cui si davano i nomi alle cose per la prima volta come Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden.
Si era concordato di fare una cosa rapida, un “argentone”. Ecco appunto, una parola dell’Eden.
Neanche a metá dell’outline giro la testa verso il lato corto del deposito e vedo tre metronotte in fondo, fuori dal recinto. Comincia il gioco di gambe. In questo gioco o sei il gatto o sei il topo. Chiunque sovverta o abusi del suo ruolo non sta piú giocando ma é un matto psicopatico.
Ho visto ultimamente sui social dei video in cui alcune crew vanno a dipingere armate. Ecco, quello non é dipingere, quello é qualcos’altro. Lo stesso vale per le guardie, se abusano del loro ruolo decadono a ‘ommemmerda. Questo non é il Vietnam, qui ci sono delle regole. Ma torno al racconto.
Insomma cominciamo a córre, ognuno verso una direzione diversa. Tutto intorno eravamo chiusi da sto recinto che da fuori era di tre metri ma da dentro diventavano cinque perché il deposito era piú basso del livello stradale. Ma che posto de merda!
Qualcuno di fronte a me riesce a scavalcare, é il Crash. Lo vedo giá fuori. I metronotte invece non li vedo ma devono stare correndo verso di noi. Alle mie spalle sento che c’é qualcuno dei nostri. Arrivo al recinto, scavalco pure io e quando atterro dall’altra parte osservo che chi mi stava dietro non ha scavalcato con me. Le guardie stanno a una quindicina di metri. Ho un buon vantaggio su di loro, penso, e comincio a correre nell’unica direzione possibile su Via di Vigna Murata.
Vigna Murata, appunto.
Una strada disgraziata chiusa da un muro altissimo su un lato e dalla linea sull’altro. Nessuna via di uscita laterale né un posto dove nascondersi. Dopo duecento metri di corsa ero sfinito e rallento per riprendere fiato. Il Crash é con me a riprendere fiato pure lui. Ci voltiamo a vedere indietro per la prima volta. Nessuno ci insegue ma non siamo ancora al sicuro perché via di Vigna Murata non ci lascia uscire, ci tiene ancora lí ingabbiati come in un lungo collo di bottiglia. E le guardie? Avranno preso qualcuno? Perché non li vediamo arrivare? Questa in fondo era l’unica via di fuga possibile. Dove stanno gli altri?
Bisogna continuare a correre. La fuga piú lunga della mia vita, Via di Vigna Murata. Le guardie, che conoscevano bene il posto, sapevano che non saremmo andati troppo lontano e tornano indietro a prendere la macchina. Non avevano preso nessuno degli altri. Uno era fuggito lungo la linea e si era nascosto tra i rovi. Un’altro, il piú sveglio, era rimasto dentro al deposito, sotto un treno. Io l’ho visto passare in macchina piú tardi, dietro alle guardie che ci avevano preso proprio all’imbocco della prima strada utile per svignarcela. Avevamo corso per almeno mezzo chilometro, nun je la facevamo piú. Erano in tre. Il piú anziano, l’ommemmerda, vuole pisciarci addosso. Le altre due guardie lo fermano, noi lo insultiamo. Arriva la volante, passaggio di consegne, ci portano fino al commissariato dell’Eur.
Qui succede una cosa magica, poetica. Mentre una guardia scrive il referto, col Crash ci guardiamo negli occhi nella stanza accanto, l’amaro sta ancora in gola. Si sente il ticchettío della macchina da scrivere e una radiolina accesa. Anche la Polizia era nel periodo Paleocristiano evidentemente. Insomma, dalla radio sentiamo venire una musica melodica. Faccio finta di attaccare un passo di break per sdrammatizzare, il Crash se la ride sotto i baffi. “Ma che é, salsa?” e mi mostra. Pensavo che facesse un gioco di gambe rapido per continuare lo scherzo ma no, si mette a ballare seriamente e a girare sulla capoccia in mezzo alla sala del commissariato per un tempo che sembrava non finire mai.
Surreale.
Ci danno le denunce e ci mandano via. É penale. Poi, una lunga camminata per tornare a casa e lo spettacolo dell’alba sulla Colombo. 
Mah, sará andata veramente cosí? Oppure gli anni che sono trascorsi mi hanno obbligato a raffazzonare una storia banale in una un pó piú magica? Boh, non lo so, ma quegli anni sono cosí pieni di storie assurde, che a raccontarle quasi quasi non ce credi manco te.

1996 - 2000

Per come la vedo io, credo che ad aver avuto un’influenza sullo stile romano siamo stati io e NICO ma anche gli ZTK ed i PAC.

Oggi quando vado a Roma vedo che ancora un po’ di roba resiste. 
L’evoluzione. 
Nei primi anni imitavamo dei modelli di graffiti stereotipati, graffiti di qualità ma forse con poca personalità, preferivo Paris Toncar a Subaway Art.
Con il tag NOL ho avuto la mia evoluzione stilistica, innanzitutto non volevo più avere un approccio canonico nel fare i graffiti troppo precisetti, quindi decisi un po’ di fregarmene e avere un attitudine più espressiva e personale, senza avere delle limitazioni imposte da chissà da cosa. 
Volevo fare dei graffiti “strani” tipo Fume o Mellie per intenderci. Rivedendo quei NOL fatti in metro A la domenica a pranzo, li trovo un po ingenui, ma hanno carattere sono l adolescenza dello stile Joe lo “stile romano”.
Con il Joe presi completamente sicurezza e confidenza su ciò che disegnavo non compravo più fanzine al massimo guardavo Subway Art o Il libro di Nelli Graffiti a New York, solo New York .
Decisi di puntare solo sull’importanza delle lettere avendo un outline che si vedesse bene senza pensare troppo alla colorazione e nemmeno alla qualità degli spray. Decisi di non usare più gli skinny, bensì il tappo normale che già all’epoca usavo su degli spray le mitiche Happy Color, il che mi permetteva di fare gli outline lentamente, dando un aspetto molto espressivo disegnando il pezzo come con una matita B5. Adoravo il rosso rubino Happy Color.
Io facevo le cose così come mi piaceva farle e non aveva importanza che fossero ombre, highlights o altro, semplicemente non rispettavo più quelle che erano le regole canoniche, per cui le cose dovevano essere fatte tutte in un certo modo, come se stessi facendo una proiezione architettonica. L’idea di fare una cosa molto selvaggia era il mio concetto di wild style con colorazioni semplici veloci adatte alla metro, ma lettere wild style, non Tedescate , vaffanculo i carrozzieri da catena di montaggio

Era l’estate del ’95  o del ’96 eravamo in 5 alla yard del cavallo morto per farci il trenino del lido. Il Panda ed io andiamo in perlustrazione del treno senza zaini per dare un’occhiata e capire da subito chi coprire visto che i vagoni erano pieni.
Finiamo il nostro sopralluogo quando all’improvviso dal nulla si aprono le porte del treno e esce fuori un metronotte anzianotto calvo e  sovrappeso. 
In una mano stringeva una borsa di pelle nera, nell’altra una pistola.
Ha cominciato a minacciarci , tremava, era pure mezzo balbuziente e di sicuro più nervoso di noi.
Ci siamo guardati e non sapevamo se ridere o incominciare a correre… ma eravamo “puliti”, niente spray… così gli abbiamo raccontato che ci eravamo persi e che risalendo le rotaie avremmo ritrovato la strada di casa.
Era una cazzata troppo grossa non se la beveva…non ci credevamo neanche noi che ridevamo mentre la raccontavamo.
Il metronotte comincia a sbraitare ci minaccia con la pistola e ci obbliga a seguirlo con le mani alzate. Noi gli strillavamo:”abbassa quel pezzo! che cazzo fai??!”
Ci ha fatto camminare per una 20ina di metri poi è crollato. Ci ha detto di andarcene e di non farci più vedere.Neanche finisce la frase che eravamo già schizzati via…ma a metà corsa non abbiamo resistito e nonostante il fiatone e la strizza gli abbiamo gridato:” A COJONEEE!”
Magari fosse sempre andata così.  
Quando penso al periodo in cui dipingevo la metro, mi ritornano in mente soprattutto i lunghi viaggi, le distanze incredibili che mi separavano dai depositi. Facevo coppia con PANDA durante quegli anni ed essendo l’unico dei due ad avere il motorino, toccava sempre a me passare a prenderlo, ricordo che per arrivare a casa sua che si trovava in un quartiere costruito in mezzo al nulla, dovevo attraversare boschi e campi che a volte erano totalmente pieni di nebbia per poi, una volta insieme, percorrere un altro viaggio fino al deposito di Magliana o a quello di Laurentina: nonostante le ore passate al freddo su quel motorino, l’adrenalina e la voglia di dipingere su un’altra metro, magari facendo un pezzo ancora più grande e più colorato, era così forte che non potevo fare a meno di ripercorrere la stessa strada anche la notte seguente.
Ogni volta che mio figlio andava a dipingere, mi si stringeva il cuore e finché non tornava a casa io non riuscivo ad addormentarmi completamente.
Sapevo che si intrufolava nei luoghi pi˘ impensabili e cosÏ avevamo raggiunto un accordo per il quale lui mi diceva dove sarebbe andato, e spesso il giorno dopo mi raccontava anche tutti i particolari.
Una volta lo accompagnai alla stazione di Piramide, dove sono parcheggiati i convogli della Roma lido, e rimasi a lungo in attesa finché entrò in macchina di corsa dicendomi di partire velocemente, io accesi l’auto e partii nel frattempo che gli chiedevo cosa fosse successo. Si era scordato la macchina fotografica, o almeno è ciò che mi disse!
Un periodo insieme a HEKTO andavano al deposito di Magliana in pieno giorno, stavano dipingendo sulle banchine quando videro un metronotte e iniziarono a scappare mentre quello iniziò a sparare e poco dopo mio figlio cadde a terra. Il suo amico tornò di dietro ad aiutarlo pensando che fosse stato ferito, invece aveva semplicemente iniziato a correre nel pieno della digestione.
Qualche tempo dopo lessi sul giornale che un altro addetto alla sicurezza nello stesso posto sparò ad alcuni ragazzi, e questa volta purtroppo uno di loro rimase ferito. Era un terno al lotto e la paura che potesse toccare a mio figlio era tanta, così quando sera mi chiamò una giornalista di Repubblica facendomi delle domande su di lui, andai nel panico. Mi disse che la polizia lo aveva picchiato e una volta in stato d’arresto, lo avevano portato al pronto soccorso.
Ho sempre avuto paura per lui, soprattutto che gli facessero del male anche se non ho mai condiviso le sue scelte riguardo al dipingere treni e metro, mentre sono assolutamente contraria alle tag per strada.
Ma diciamoci la verità, in fondo un writer non fa male a nessuno, mica è un delinquente!
In quel periodo tra i PAC e gli ZKM c’era una sorta di gemellaggio e spesso andavamo a dipingere insieme, così una sera ci riunimmo tutti a casa del TROTA. Eravamo io, MENCIO, SYLA, SNOY e per l’appunto il padrone di casa. Dopo aver fatto vari sketches, preparammo gli spray e andammo a prendere i motorini per dirigerci verso la yard di Magliana.
Quel deposito era il più sputtanato di Roma e noi in quel periodo dipingevamo maggiormente la metro A, ma il gioco era di stare su tutte le linee e così avevamo iniziato ad andare anche lì ogni tanto.
All’epoca il vialone davanti al deposito era costituito da una serie di palazzi in costruzione intorno ai quali stazionavano prostitute di ogni nazionalità in attesa di esser caricate in macchina da qualche cliente mentre i papponi controllavano a distanza che non ci fossero problemi.
Era la metà degli anni ’90 e quella Roma era molto più anarchica e caotica della città che è oggi.
Parcheggiammo i motorini e attraversammo i cantieri fino a ritrovarci davanti alla recinzione del deposito che si aggirava semplicemente passando sul lungo linea del lido da cui si sbucava allo 09, un gabbiotto utilizzato solo dai writers che ci lasciavano le proprie firme per far sapere che erano passati di lì.
Da quel punto si poteva vedere gran parte della yard, anche se all’epoca nel bel mezzo del deposito c’era una boscaglia che impediva di vedere tutto ma che era un ottimo posto per nascondersi.
In quel posto dipingevamo sempre con il palo a rotazione, ovvero ogni cinque o dieci minuti ci davamo il cambio e una volta che tutti avessero finito il proprio turno si usciva.
TROTA era stato più veloce di tutti e oltre ai suoi due pezzi aveva fatto anche un frontalino, così andai da MENCIO e gli dissi che mi sarei dipinto anche io la testa di un altro convoglio, ma lui mi disse che il tempo era scaduto e che dovevamo andare via. Io insistetti perche quella notte a differenza di tante altre in cui ci facevamo rincorrere o semplicemente sparare appresso, era estremamente tranquilla ed essendo una delle prime volte che andavo la, volevo sfruttare la situazione positiva al massimo: iniziammo a battibeccare nel bel mezzo della yard, ma ero l’ultimo arrivato nella crew e quindi alla fine desistetti.
Una volta usciti dalla yard tutti erano felici ma io me ne stavo in silenzio, così MENCIO iniziò a parlarmi e visto che non rispondevo mi prese di petto ma io avevo un carattere un po’ vivace, così nonostante fossimo già arrivati sulla strada principale in mezzo alle mignotte, scattai e gli diedi un pugno. Iniziò una scazzottata che finì quando io con una bottiglia che avevo raccolto da terra e che avevo rotto appositamente, lo ferii a una gamba che iniziò a sanguinare. Intervennero sia gli altri che le prostitute, perché se ci avesse visto la polizia avremmo passato tutti quanti una bella seratina al commissariato, ma fortunatamente a differenza di oggi in cui c’è una guardia a ogni semaforo, erano altri tempi.
Non ci parlammo per più di un mese.
A Roma il sogno di ogni graffitaro è sempre stato dipingere una metro, e così alcuni anni dopo aver iniziato quando i PAC mi chiesero se volevo andare con loro, non ebbi alcuna esitazione! 
Ma non era abbastanza.
Non credo che il writing sia un mondo particolarmente maschilista, o almeno non lo era per me, perché ho sempre lottato per avere ciò che volevo e così tempo dopo convinsi gli SPH a portarmi a Magliana a dipingere la metro B.
Era il periodo d’oro e molta gente iniziava ad andare a dipingere le nord a Civita Castellana, ma noi avevamo solo il motorino e andavamo per lo più al deposito di Acqua Acetosa dove però si scappava troppo spesso, così appena si presentava l’occasione di un passaggio, ci infilavamo nella macchina di qualche amico e intraprendevamo un lungo viaggio che finiva proprio nel parcheggio del deposito della piccola cittadina che si trovava ai piedi dei monti Cimini.
WAK, World Apart Krew (un mondo a parte) era il nome del nostro gruppo che avevamo formato al liceo insieme ad altre ragazze che poi presero strade diverse, io e BIA abbiamo portato avanti il nome della crew negli anni, mentre intorno a noi hanno gravitato altre pischelle che si sono alternate nel tempo. Con quel nome così sofisticato in verità volevamo provocare gli altri writers romani e ci riuscimmo: per tutti eravamo le WAKKE.
Inizialmente scrivevamo COSMO e KLIMA ma quando iniziammo a scrivere sui treni prima e sulle metro poi, cambiammo i nostri nomi in NOA e BIA, due streghe di un cartone animato che veniva trasmesso quando eravamo ragazzine.
Andammo anche in metro A con GAST e ZEIR, nel depositone dopo Cinecittà, era pieno giorno e stavamo dipingendo sulle banchine quando sbucò un tipo che quando ci vide rimase basito nel vedere che davanti a lui oltre ai soliti ragazzi c’erano anche due donne, dopo alcuni attimi di esitazione ci intimò di fermarci, ma noi a quel punto stavamo già scavalcando la rete e una volta fuori dalla yard iniziammo a correre più veloci che potevamo.
Quando posso provo a prendere sempre la metro e i mezzi pubblici in generale per poter vedere qualche pezzo nuovo, e non importa che sia di giorno o di notte perché a differenza di altre mie coetanee, il fatto di aver vissuto Roma in quel modo e quel periodo della mia vita mi ha insegnato a non aver paura.
Di tutte le superfici dove un writer può scrivere, la metro è la meglio roba da fare! 
Ai tempi andavamo a dipingere i treni a stazione Tuscolana la sera dopocena, ma spesso facevamo tardi e visto che io andavo a scuola vicino al deposito di Osteria del Curato, quando insieme a TROTA, DALE e HIOM capimmo che potevamo andarci di giorno, ci fu subito chiaro che avevamo fatto centro. Non so se ora le guardie sono più croccanti, ma ai tempi noi puntavamo molto sul fatto che la guardia che faceva il turno di giorno, stava quasi sempre nel gabbiotto dietro alle metro a giocare a carte. Visto che all’epoca lasciavano un treno proprio nel punto in cui si scavalcava, bastava che chi faceva il palo guardasse semplicemente il gabbiotto per permetterci di dipingere in tutta tranquillità.
In seguito mi capitò spesso che finite le lezioni insieme a GAST che era mio compagno di classe, andassimo a dare un’occhiata alle metro e mentre tutti mangiavano, noi scrivevamo tranquillamente i nostri nomi sui vagoni. 

Dipingevo già da un po’ sui muri, ma vivendo vicino alla stazione Tuscolana, l’andare a scrivere sui treni fu quasi automatico e così il 2 novembre del 1993 dipinsi il mio primo treno insieme a COLE, HIOM e MUCKIE mentre TROTA ci faceva da palo. E sempre insieme agli stessi amici, poco dopo iniziammo anche a scrivere in metro. 
Uno di noi aveva rimediato chissà come il libro Spray Can Art e per un paio di anni fu la nostra unica certezza oltre ai pezzi che vedevamo girare in metro, per lo più roba degli ETC e degli MT2.
Poi iniziò a circolare la voce che da Foot Locker si poteva comprare Alleanza Latina, una rivista che parlava di hip-hop a 360 gradi, e nel frattempo a Roma il writing iniziava a crescere e noi, gli ZKM, eravamo gli outsider di quel movimento in costante evoluzione. Sicuramente più piccoli e meno capaci rispetto ad altri, ma ognuno di noi era determinato e aveva voglia di affermarsi non solo a Roma, ma in tutta Europa. Eravamo partecipi di un qualcosa che era un’avanguardia nella città più importante d’Italia ma da Milano già iniziavano ad arrivare le prime fanzine locali come TRAP e TRIBE. Così nacque quell’esigenza di fare qualcosa di diverso, anche forse dettato da un senso di rivalsa e mentre TROTA passava le sue giornate sulle banchine delle varie linee a fare e rifare foto a pannelli e top to bottom che viaggiavano su e giù per la città, io mi feci regalare un computer e uno scanner il cui costo totale equivaleva più o meno a quello di un’automobile. Eravamo nel bel mezzo del passaggio tra digitale e analogico, e così come eravamo riusciti a trasformare i tappini originali per poter dipingere più velocemente una metro, così come alcuni anni dopo producemmo senza alcuna nozione STARTRASH che fu il primo video di writing mai uscito in Italia, riuscimmo anche a creare la prima fanzine romana tra lacrime e sangue! Non sapevamo dove mettere le mani e ogni volta che andavamo a Velletri in una tipografia che ci aveva consigliato il padre di MENCIO, scoprivamo dopo milioni di domande, qualcosa di nuovo per migliorare la nostra creazione prima di mandarla in stampa.
Tramite MACCARONI creammo una rete di connessioni con alcuni tra i migliori writers provenienti da ogni angolo del vecchio continente che venivano in quella che da molti è stata ed è considerata la mecca del writing europeo.
Alcuni di noi insieme ad altri furono il nocciolo della THE, e mentre tra i primi writers c’era già chi iniziavano a smettere, la quantità di roba che girava su treni e metro aumentava a dismisura. Nel 1997 partii nel nord Italia per il militare e quando tornai, trovai un tipo di writing totalmente diverso da quello che avevo lasciato un anno prima. Il Giubileo era alle porte e oltre ad aprirsi i portoni delle chiese, si iniziavano ad aprire le grate di un numero indecifrato di tunnel nei quali si potevano dipingere le metro per ore ed ore senza essere disturbati da chicchessia. 
Oggi tutto si è evoluto, l’editoria come il writing, e quando vedo ragazzini di tredici anni che dipingono posso solo essere felice pensando che forse in fondo, un po’ è anche merito mio.

Avevo dodici anni quando un tumore si portò via mio padre.
Mia madre aveva perso il suo compagno e marito, nonché l’unico grande amore della sua vita. 
Io ero solo un bambino, e avevo perso mio padre. Mi sentivo solo!
Dopo alcuni anni di paure e depressioni senza vedere alcun psicologo o strizza cervelli, per reagire a quella perdita mi buttai nella politica antagonista fatta di occupazioni e manifestazioni più o meno pacifiche, dedicando sempre meno tempo allo studio, a tal punto da essere bocciato.
Nel frattempo con i compagni del collettivo dell’Alberone avevamo occupato la Fortitudo che era costituita da un vecchio campo di calcio abbandonato dopo che quella insieme ad altre due società, avevano formato la A.S. Roma. Tutto il muro di cinta era pieno di scritte fatte con gli spray e io rimasi a lungo a guardarli senza capirne il significato ne tantomeno le motivazioni.
Tra i militanti della mia nuova scuola ce n’era uno con cui legai immediatamente e qualche mese dopo mi chiese di andargli a fare da palo mentre lui e i suoi amici avrebbero dipinto un treno nel deposito della stazione Tuscolana.
Io dipinsi la volta dopo, quella dopo ancora e così via, ma ogni mattina per andare a scuola prendevo la metro e rimanevo in banchina molto tempo aspettando di vedere almeno un convoglio dipinto e così facevano anche i miei amici. Ben presto ci rendemmo conto che scrivere su dei semplici treni non ci bastava più e che per diventare grandi dovevamo dipingere anche in metro, cosi una mattina mentre i primi raggi di luce iniziavano ad illuminare la città eterna, noi costeggiammo un acquedotto romano risalente al 200 Avanti Cristo prima di arrivare davanti alla rete del deposito di Osteria del Curato. Dovevamo solo scavalcare quella rete per ritrovarci davanti a una decina di convogli della metro A tutti puliti e che stavano aspettando di essere dipinti ma la paura era tanta e man mano che facevamo la conta per chi sarebbe rimasto fuori a controllare che non arrivasse nessuno, l’adrenalina aumentava. Nonostante il peso eccessivo e la mia goffaggine, scavalcai senza indugi e poco dopo avevo già iniziato a scrivere il mio nome su un vagone. Non ricordo quanto durò ne tantomeno la dinamica, ma quel che è certo, fu il mio stato d’animo: non stavo pensando a mio padre ne alla morte. 
Ero vivo!
Non potevo sapere che quello era solo l’inizio di una storia che tutt’ora continua e che mi ha portato a dipingere un po’ ovunque, a volte finendo in carcere e a volte rischiando addirittura la vita. Come, mai mi sarei aspettato che grazie a quel giorno avrei conosciuto migliaia di bambini, ragazzi, uomini e donne provenienti dal mondo intero con cui ho condiviso una passione, e che alcuni di loro sarebbero diventate le persone più importanti della mia vita.

Eravamo ancora bambini quando  ci rendemmo conto che nel quartiere c’erano sempre più scritte sui muri, ne eravamo attratti e affascinati e così un giorno quasi per gioco, decidemmo che anche noi avremmo avuto una tag da divulgare in giro per la città.
Grazie a un compagno di scuola avevamo conosciuto ZEIR e fu proprio con lui e NEON che dipingemmo sul lido e in metro B. Era tutto molto veloce in quel periodo e ci incrociammo più volte con MUK e HERM che erano due writers del quartiere e con i quali, anche insieme a PEY, di lì a poco formammo i SOS.
Poco dopo avevamo conosciuto TROTA, DALE e VELA con i quali creammo la THE crew e con cui andavamo a dipingere incessantemente sia di giorno che di notte e una volta andammo in treno fino a Campoleone dove lasciavano un convoglio parcheggiato per un’ora circa durante l’ora di pranzo, ma mentre dipingevamo un ferroviere ci vide e così scappammo per campi prima di finire sulla via Nettunense dove salimmo su una corriera che fece un giro pazzesco prima di arrivare ad Anagnina dove faceva capolinea. Una volta scesi però, invece di andare a prendere la metro per tornare a casa, TROTA ci disse di andare a controllare un gabbiotto e alcuni tombini che si trovavano poco distanti da lì e che secondo alcune informazioni che aveva avuto una sera a cena con degli amici di famiglia, di cui uno faceva l’elettricista per la metro, portavano a dei tunnel dove di notte parcheggiavano alcuni treni della metro A. Così andammo a controllare e trovammo un tombino non sigillato in mezzo ad un campo dove tornammo alcune notti più tardi proprio insieme a TROTA: lo aprimmo e scendemmo delle scale, poi visto che il tunnel si biforcava, andammo a vedere entrambi i lati e ci rendemmo conto che tutti e due portavano ad altri scalini che conducevano a dei bagni che si trovavano proprio in mezzo al tunnel dove erano parcheggiate quattro metro! 
Dipingemmo un end to end abbastanza rapido quella sera e poi ci tornammo un’altra volta insieme a VELA prima della grande nottata di natale dove finalmente eravamo tutti, anche DALE era tornato in congedo da Pordenone dove stava facendo il militare e così scendemmo con così tanti spray che dovemmo fare più volte su e giù. Mentre un po’ su tutti i vagoni liberi apparvero pezzi FOX, VELA, DALE e soprattutto THE, quella notte sia TROTA che PUER  fecero un one man wholetrain! 
Era un periodo difficile per dipingere la linea A e così in molti preferivano andare a dipingere la B, ma tanti writers prendevano quella linea ogni giorno per andare a scuola e così alcuni giorni dopo DALE ci disse che MENCIO lo aveva chiamato chiedendogli come avessimo fatto a fare tutta quella roba e lui gli aveva risposto così: ‘con gli spray!’
Quando fai i graffiti in un certo modo è normale coprirsi le spalle in ogni situazione e questa è la nostra unica certezza dovuta dal fatto che siamo fratelli e che ci saremo sempre l’uno per l’altro! 

Ho dipinto la mia prima metro nel ’96, in quel periodo uscivo con i ZKM, i SIP ed a volte i PAC e all’inizio andavo a dipingere il lido a “spaghetti” ed in seguito la metro B anche se quella più importante per me essendo del Tuscolano è sempre stata la metro A, però inizialmente ho avuto molta sfortuna è per una ragione of un’altra non sono mai riuscito a dipingermela.
Nel 1997 con la creazione della THE insieme a TROTA, DALE, PUER e FOX andavamo spesso in giro alla ricerca di nuovi posti, e quando scoprimmo la yard sotterranea di Anagnina la storia cambiò radicalmente: un deposito vergine tutto per noi, e se poco dopo i due fratelli non fossero usciti dalla crew portando altre persone che a loro volta portarono altri writers, chissà come sarebbe ancora oggi quel posto (anche se a dire il vero LIT una notte ci vide intorno ad Anagnina, e capì che ci doveva essere qualcosa da quelle parti, ma entrò erroneamente nelle fogne così lasciò perdere). 
All’epoca io andavo sempre con la mia macchina poiché verso l’una di notte dovevo tornare a casa, mentre gli altri rimanevano in tardi a dipingere per ore, e visto che i miei genitori erano apprensivi, gli dicevo che ero andato a ballare o in birreria. Ogni volta era abbastanza divertente il raggiungere le metro, in quanto bisognava attraversare un campo dove c’erano le mucche e quando era inverno si mettevano tutte intorno al tombino ed avevo sempre paura che una potesse caderci dentro dopo che fossimo entrati. Una notte magica che non scorderò mai fu quella in cui eravamo tutti e cinque insieme, DALE era tornato dal militare e decidemmo di lasciare il segno: one man whole train di TROTA, one man whole train di PUER, end to end e tanti pannelli per noi altri. Più che un solo ricordo, sono le sensazioni vissute in quel periodo fatto di avventure come quando con TROTA dopo aver dipinto un cartellone pubblicitario per la campagna “Avant Art”, decidemmo di andare al deposito di Osteria del Curato che era poco distante, era verso l’ora di pranzo e stavamo aspettando dietro al trash train che un convoglio entrasse in yard, quando mi affacciai tranquillamente per vedere a che punto era, mi ritrovai a tu per tu con il security, iniziammo a correre come dei pazzi lungo i binari, mi girai e non lo vidi così rallentai e TROTA che da dietro di me mi spinse urlandomi che invece era dietro di noi, quello sparò una serie di colpi e in quel periodo non si sapeva bene a cosa mirassero visto che JOE era stato ferito alla spalla, così scavalcammo il muro e corremmo lungo il campo dove c’è l’antico acquedotto, scavalcammo la rete e per fortuna passò un autobus che prendemmo al volo; quando scendemmo qualche fermata dopo vomitammo sangue e bile, ma ci guardammo negli occhi e ci abbracciammo pèrche eravamo salvi: adrenalina pura.

Era il 96, Ottobre credo, dallo Spaziocamino ad Ostia partiamo in macchina io, JON, TROTA, DALE e CHiZ.
Dale alla guida di una uno bianca si dirige verso Ostia Centrale, ci eravamo chiesti dove saremmo andati a dipingere e Jon disse di andare alla stazione centrale dove lasciavano un treno dormire nell’ultima banchina. Lui c’era già stato. Era la seconda volta che andavo a dipingere con Jon e la prima con gli Zkm.
Il treno c’era, ed era pure il treno più pulito del lido che abbia mai visto, era  blu lucido e bianco, con le porte rientranti 7-8 cm, non il primo modello ma quello successivo. Saltammo la rete rigida aspettando JON Che era andato a vedere cosa stesse facendo il vigilante della stazione: ’Sta dormendo!’ 
Bene, il primo a fare il palo fu JON Mentre io mi feci un pannello KONOS, bianco cucito e cioccolato, un throw up con qualche spigolo. Iniziai io il turno di guardia. La notte era calma e serena, il pupo dormiva e quindi intanto che guardavo la casetta con la luce accesa mi feci anche un frontale argento e marrone FRC. Facilmente lasciammo la yard con l’adrenalina che scendeva lentamente, riprendemmo la macchina e ci dirigemmo verso Roma sulla via del mare, nella radio DALE aveva messo una cassetta, erano i De La Soul ” 3 feet high and rising”. 
Ho dipinto il mio primo treno, sarà il primo di una lunga serie.

La prima metro l’ho dipinta con HIOM, FONZY e qualcun altro che ora non ricordo al deposito di Magliana e dopo poco arrivò un metronotte e scappammo. Ci tornai un altro paio di volte fin quando non coprii JON con un argentone: lui era appena tornato da Londra e ci incontrammo al Cirrosy’s* dove litigammo e ci scambiammo qualche pugno (poi in seguito diventammo amici). 
Poi iniziai a dipingere più assiduamente con Fonzy in metro A in pieno giorno, facevamo sega a scuola ed andavamo a dipingere, oppure all’ora di pranzo, finite le lezioni si andava a fare le foto e se si poteva, entravamo e dipingevamo ad Osteria del Curato. 
A volte andavo anche da solo finché non incontrai i Pac, una crew che apparse dal nulla, e che velocemente si fece notare: dai graffiti fino alle tag con pennarellini piccoli che anche se storti li vedevi ovunque, un po’ il modello di bombing francese. Loro si erano conosciuti tutti allo Chateau Brillant (CONTROLLLAREEEEEE) tranne ZEIR che entrò in crew successivamente e con il quale uscivo spesso; tramite lui un giorno incontrai il CHICO che era anche lui un bomber, che mi fece i complimenti per l’assuidità con cui taggavo gli autobus. Lui stava per partire per Amsterdam e volle presentarmi GOR il quale era il solo che ogni tanto ancora dipingeva di giorno, perché teneva al fatto che spingessi ZTK che all’epoca era un po’ morta. Io portai quel giusto fomento all’interno della crew ed anche tra i TRV (ricordo che spesso anche SUGO veniva con me in metro A) riaccendendo la miccia dei graffiti come in seguito fecero GAME e i SAVAGE BOYS e molti anni dopo REPS, che nonostante mi stia sul cazzo, è l’ultimo che in maniera maniacale ha scritto il suo nome ovunque; oggi nonostante ci siano alcuni nuovi writer, non ce n’è uno solo di cui riesco a memorizzare la tag. 
La mia grande passione oltre alla metro, è il bombing inteso come tag e throw up in maniera maniacale perché l’arte non è il risultato ma è come viene realizzata l’opera. Il writer non è un’artista ma semplicemente una persona che ha dei problemi come ad esempio ZEIR che nonostante non distingua la sinistra dalla destra è uno che ha spaccato a fare i graffiti. PANE e qualche altro che hanno spaccato sono delle eccezioni, ripeto, i veri graffiti secondo me sono quelli di ZEIR o di JOE.


*pub gestito tra gli altri dal fratello di GEL che si trovava vicino al vecchio Circolo degli Artisti dove ora sorge il mercato di Piazza Vittorio, luogo di incontro della nascente scena rap romana

Sono passati tanti anni. 
Saranno 15 anni o più che non prendo in mano una bomboletta.
I ricordi sono offuscati ed è difficile descrivere ora quelle sensazioni. 
Avevo 12 anni ed ero ancora praticamente un bambino quando ho iniziato a scrivere. Quello che posso dire con certezza è che in quei dieci anni a cavallo fra la fine dei ‘90 e l’inizio del 2000, i graffiti mi hanno permesso di scappare dalla realtà della vita ordinaria, dalla scuola, dalla famiglia e infine dal mio quartiere. D’improvviso i miei orizzonti sono diventati più ampli e i miei legami più profondi.  La voglia di evadere, di vivere e di scoprire diventava sempre più forte, ma soprattutto la voglia di esprimermi, di tirare fuori quello che avevo dentro, che altrimenti sarebbe stato difficile esprimere attraverso canoni predefiniti. Sicuramente un salto temporale importante rispetto alle solite stronzate di strada. A loro modo, i graffiti sono una forma d’arte oltre ad essere stati per me come per molti altri, una vera passione. Sicuramente qualcosa di più che un semplice modo di riempire il tempo.
Ricordo ancora vivamente ogni singola persona, che i graffiti mi hanno permesso di conoscere e le bellissime avventure che abbiamo passato insieme. La condivisione di un qualcosa diverso dall’ordinario, che dal muretto dietro casa mi ha portato a stringere legami anche in paesi lontani. Una profonda passione condivisa. Quella condivisione che potrebbe e dovrebbe essere la base della vita attuale e del nuovo mondo che ci aspetta. 
Purtroppo riesco a malapena a ricordare gli attimi, i momenti vissuti in quel contesto: l’odore delle bombolette mentre dipingevo anzichè le sensazioni di adrenalina che provavo in un deposito della metro ogni volta che vi entravo abusivamente di notte a dipingere, indistintamente dal fatto che fossi da solo o con gli amici di sempre.
Tutto si dimentica, tutto passa e tutto finisce, ma l’arte, quella no. Vive. Sempre. Dentro e fuori di noi. E la storia ne è la testimonianza.
Con uno degli autori di questo libro mi sono trovato a discutere anche animatamente in passato, ma quando mi ha chiesto di scrivere questo contributo non ho avuto dubbi e poco a poco i ricordi sono riaffiorati così come le sensazioni, ma soprattutto i miei pezzi e le facce delle persone con cui ho condiviso quel bellissimo periodo. Perchè ormai tutto è passato, ma il rispetto e i legami scaturiti da quei momenti restano indelebili come un tag a marker carico di “Nero d’inferno” all’interno di un bus o sulla fiancata di una metro!

La metropolitana, in particolare la linea B, mi ha sempre affascinato molto facendomi innamorare fin dalla prima volta che la dipinsi. Vuoi perché tra le due line che erano presenti è stata la prima che ho dipinto, o forse perché era la linea più vicina a casa mia e che prendevo per andare a fare skate all’Eur.
In verità il deposito di Magliana mi metteva una paura terribile e questo mi piaceva in contrasto con il con il fatto che ogni volta che ci andavo, promettevo dentro di me, che sarebbe stata l’ultima. Il giorno del mio 18º compleanno, promisi solennemente a me stesso che se ne fossi uscito indenne non sarei più rientrato, sugellando la promessa con un bacio sul frontalino dove stavo facendo il palo. Ovvio che non mantenni mai quella promessa, anche se, da quel giorno, la legge fosse stata applicata in modo duro, vista la maggiore età, ciò comportò solo l’aumento dell’adrenalina. Sì, l’adrenalina, perché anche di questo si è trattato, visto che dipingere la metro, in posti che apparentemente sembravano più sicuri non mi affascinava anzi quasi mi provocava un fastidio per la loro esistenza, come a dimostrare che la metro andava dipinta solo nel deposito di Magliana, perché era il più grande, il più conosciuto e di più controllato dalle guardie.
Dipingere la metro a Magliana per me significava colpire tutto il sistema nel suo cuore o almeno così era nella metà degli anni ‘90.  L’adrenalina che ti provocava quell’immenso deposito è indescrivibile. La parte principale è formata da otto banchine, divise in due serie da quattro. Ci sono vari capannoni e la parte finale è formata da un grande binario che porta in una zona dove c’erano parcheggiati i treni privi di banchine. All’interno di questo semicerchio vi è un enorme buca, quasi un cratere, ricco di vegetazione e di tante vicende fatte di fughe, nascondigli e appostamenti. Posso dire che in un periodo quella buca è stata la mia seconda casa.
La yard di Magliana è un deposito molto grande e pieno di insidie visto che chi lo controlla può arrivare da qualsiasi direzione. Da quando entravamo cominciava una vera e propria partita con tutti coloro che la yard la vivevano. Come i conducenti, i pulitori, gli operai e le guardie ma anche altri graffitari o malcapitati estranei a tutto questo. Potrei paragonare la yard di Magliana ad un vulcano: osservandolo apparentemente dorme, silenzioso e immobile, ma improvvisamente può risvegliarsi, con un’innocua fuoriuscita di gas o una vera e propria esplosione. Ugualmente nel silenzio della yard puoi sentire degli innocui scricchiolii dei treni e rumori secondari oppure l’uscita della guardia come fosse l’esplosione. Proprio come un vulcano tutto può accadere senza preavviso e con un’enorme violenza.
Ho tantissimi ricordi imprigionati nella mia mente, alcuni indelebili come quando ci spararono e colpirono il Joe, ferendolo, e la successiva fuga sotto una pioggia di pallottole verso la rete, estenuante, per poi portarlo in una casa dove provai a tamponare quelle ferite.
Un’altra notte improvvisamente fui costretto a balzare in aria, ed iniziare a correre, mi scontrai con Tuff e ci ritrovammo tutti e due, faccia a faccia con la guardia, che ci vide e ci sparò addosso, dritto per dritto, ad una distanza molto ravvicinata. Ad oggi ancora mi chiedo dove sia passato quel proiettile. Un’altra ancora, mi ritrovai nel buio, sdraiato sui binari, con la guardia, pistola alla mano, che avanzava nella mia direzione ed io che combattevo tra l’idea di alzarmi e correre verso la rete, che però era distante, e mi avrebbe fatto scoprire e tornare a casa perdente, o rimanere fermo immobile, nella speranza e nella convinzione di non essere visto, per tornare a dipingere. Così feci. La guardia arrivò a pochi metri di distanza, poi tornò indietro, sparendo in un’altra zona.
Ho anche ricordi confusi, di altre notti andate male, per le decine e decine di volte che mi ritrovai a scappare dalle pallottole e che ormai inizio a scordare o confondere.
Uno in particolare mi vede subito fuori Magliana, seduto con Aser vicino i binari ma fuori dalla yard, mentre stiamo fumando dopo essere scappati precedentemente. Improvvisamente, dietro di noi, una guardia sbuca e con pistola la mano dice di seguirlo, o ci avrebbe sparato. Noi due, con una calma professionale, e un pizzico di sfacciataggine, rispondiamo di no, che non eravamo chi diceva che fossimo, e che avrebbe potuto anche spararci ma non lo avremmo seguito…calmi calmi anche quando la guardia iniziò a strillare di seguirlo e con aria sicura caricava la pistola. Anche lì rispondemmo di no e dopo alcuni istanti, si videro in lontananza dei colleghi che stavano arrivando e lui, guardandoci negli occhi, abbassò la pistola e ci diede la possibilità di scappare. Ancora mi chiedo perché, forse lo avevano totalmente spiazzato nella nostra fermezza invitandolo a spararci, piuttosto che seguirlo. E così mi ritrovo oggi, penna in mano tremolante, a ripensare a cosa posso o non voglio scrivere, per non voler ripercorrere alcuni ricordi che ora con occhi più maturi reputo molto pericolosi e al limite dell’incoscienza. Come quando mi ritrovai con il Gor a dipingere in pieno giorno la metro A e improvvisamente una macchina dei metronotte venne dalla strada e bloccò la nostra via di fuga principale, mentre dal lato opposto, una decina di operai iniziano una corsa verso di noi, sbraitando all’impazzata e agitando in aria catene, tubi di ferro e martelli da ferrovia. Ricordo, e non posso dimenticare, lo sguardo intercorso tra me e Gor, per scegliere chi affrontare, e poi la corsa, stavolta verso il metronotte, verso quel braccio alzato ed armato che ti aspetta sotto la rete. E noi, che pochi giorni dopo stavamo già davanti ad un altro treno ed io scrivevo… Nati sotto una stella che non conosce ostacoli… Mai arresi… Mai presi.
Dipingere la metropolitana della città, era per me una risposta a tutti quegli atteggiamenti che la società adotta nei tuoi confronti, senza chiederti il permesso. Se metti il tuo nome sotto forma di pubblicità sui treni, sui muri, ovunque o fai installare dei cartelli, e tutto questo lo fai pagando, allora sei considerato un imprenditore, un elemento di successo. Ma se tutto questo, lo fai senza pagare, allora, è considerato un male. Qualcosa che non dovrebbe esserci. Questo pensiero mi faceva perdere la testa, era, ed è, una contraddizione del malessere della società, che vede il buono solo nelle scelte che la società stessa offre e a pagamento. Ed io, in gran parte, ho reagito a questa contraddizione dipingendo la metro della mia città, soprattutto, per rendere quest’ultima più vicino a me, più simile a me, più mia.

Il periodo magico per me fu il 2000. In quel periodo insieme a REWS, GENEWS e REO scoprimmo il tunnel di Battistini, andavamo a spizzare sia di giorno che di notte senza portarci nemmeno gli spray, solo a studiare gli orari, ad ascoltare i rumori e ad osservare i movimenti dei pulitori e dei security. Dopo più di un mese avevamo capito tutto è così una sera io e GENEWS decidemmo di scendere senza spray dalla grata che si trova di fronte al cornettaro: è stato bellissimo! Ricordo ancora tutti i rumori, il calore, l’odore del grasso, il buio e l’assoluta silenzio. Andammo avanti e indietro un paio di volte nel tunnel solo a controllare che tutto fosse tranquillo e ci rendemmo conto che effettivamente si poteva dipingere. La sera seguente tornammo a controllare e visto che tutto era tranquillo, decidemmo di tornare la terza sera con gli spray: da quella notte per circa un anno io, REWS e GENEWS fummo i soli a dipingere a Battistini ed a volte per rispetto degli altri nemmeno dipingevamo perché avremmo dovuto crossare altre persone, ma non era un problema, avevamo un parco giochi a disposizione tutto per noi.
Come spesso ci succedeva, anche quella notte arrivammo tardi al lay-up di Anagnina che era il nostro spot preferito vista la vicinanza al nostro quartiere. La solita puzza di vacche e quel filo elettrico che ti dava sempre una scossetta, poi come al solito giù nel tombino fino al bagno, e finalmente davanti ai vagoni arancioni della metro. All’epoca lì ci andavamo solo noi, i SOS ed i THE, quindi sapevamo che il posto era relativamente tranquillo e che potevamo prendercela con calma, così iniziammo a dipingere ma di lì a poco sentimmo dei passi provenire dalla stazione e fummo costretti a nasconderci sotto alla metro dietro alle ruote dei vagoni, mentre il tipo si stava tranquillamente avvicinando. Non scorderò mai quando mi passò davanti, potevo vedere solo le sue scarpe che continuarono a muoversi fino al bagno dove il tipo si mise tranquillamente a cagare proprio nell’unico punto da cui noi potevamo uscire per un periodo che a noi parve infinito. Appena il tipo finì di fare i suoi bisogni e tornò indietro verso la stazione, vista la dose di stress accumulata, decidemmo di andarcene e di tornare nei giorni seguenti.
La yard in cui dipingevamo di più era il tunnel di Anagnina e con il tempo acquisimmo una grande sicurezza in noi stessi. Spesso andavamo lì senza sapere veramente cosa avremmo realizzato, ed anche quella notte io e BACK iniziammo ad improvvisare: non doveva essere un wholecar, ma come sempre BACK stava facendo un puppet al centro del vagone (credo che lui non si sia mai realmente reso conto di quanto fosse potente quello che faceva, perché realizzare quella roba in spazi angusti dove non puoi indietreggiare per vedere se le proporzioni di ciò che stai realizzando sono o meno azzeccate, non è affatto facile) e quando io finii il mio pezzo e vidi ciò che aveva fatto lui, gli proposi di usare gli argenti (che avevamo portato per fare altri pezzi) per fare lo sfondo dell’end to end che magicamente diventò un wholecar. Uscimmo da lì al settimo cielo perché avevamo capito di aver realizzato una cosa importante è così nei giorni seguenti andammo a fare le foto, ma non in banchina come al solito bensì sul binario morto di Osteria del Curato, dopo aver aspettato diverse ora il nostro wholecar con Mazinga si fermò proprio davanti a me, mi sbrigai a fare le foto prima che là metro ripartisse e mi resi conto che purtroppo era svetrato. In quel periodo il giubileo era alle porte ed avevano riattivato il buff, e metodicamente le parti di graffiti sui vetri venivano cancellate ed a noi era toccata toccata la stessa sorte. Alcuni giorni dopo quando andai a ritirare il rullino fotografico che avevo fatto sviluppare, mi resi conto che i pulitori avevano cancellato tutti i vetri, ma lasciarono intatto il Mazinga, e questa fu una grandissima soddisfazione perché al di là di tutto nella nostra azione vandalica, qualcuno ci vide anche una parte artistica.

Si parla di 23 anni fa, eppure mi pare ieri. Il luogo era Prima Porta ed io ero molto piccolo sia di struttura che di età. Il coprifuoco era a casa per cena massimo alle 20,00 ma io non l’ho mai rispettato perche ho sempre frequentato persone piu grandi di me come quelli del Flaminio, e in quegli anni se frequentavi certe compagnie eri destinato a finire male (smentisco tutto). I criminali di quel tempo mi accompagnavano alla carrozza dicendomi: “sbrigati torna a casa che mamma ti aspetta”. E proprio quel treno che mi portava verso casa mi ha fatto conoscere l’amore verso i graffiti. Mentre aspettavo il mio treno infatti, ogni nome che leggevo sui vagoni me lo immaginavo come un supereroe e continuavo a chiedermi come facessero i vari CROMO, CLINT, HEKO, HESTRO, ASER, KOMA e tanti altri. Volevo diventare come loro, essere anche io un supereroe ma visto che nn potevo uscire di notte studiai bene gli orari delle nord che mi portavano a casa: da Flamino in direzione Giustiniana e poi il convoglio tornava indietro. Avevo il tempo di fare la traccia e la campitura delle prime due lettere e poi il treno ripartiva e io lo aspettavo li solo per finirlo, a volte addirittura mi capitava di poter ultimare il mio lavoro solo il giorno dopo. Tutto questo credo che mi abbia salvato in parte dalla vita di strada vissuta tra furti e rapine, perché sono sempre stato una testa calda, ma adesso mentre scrivo questi ricordi ho accanto mio figlio e sono fiero di tornare a casa da lui con le mani sporche di vernice perché finalmente anche io sono il supereroe di qualcuno.

Eravamo un bel po’ di gente e come consuetudine, durante i week-end di primavera si andava a fare la scampagnata al deposito di Anagnina entrando dal campo. Ricordo che era una bella giornata, così non perdemmo tempo ed entrammo nel deposito da dietro il trash train, sentimmo il rumore degli spray e capimmo che c’era già qualcun altro a dipingere, ma a quell’epoca succedeva spesso di incontrare altri writers in yard così non ci preoccupammo più di tanto. Mentre camminavamo verso le banchine il rumore di spray si trasformò in urla: “Ve ne dovete annà via, questa è casa mia!” un writer in piedi sopra alla metro in banchina iniziò a tirarci dei sassi raccolti lungo i binari con lo scopo di colpirci, e non solo di intimidirci, noi eravamo increduli perche quelle urla avrebbero richiamato l’attenzione dei vigilantes e quindi gli intimammo di smettere, ma visto che eravamo più persone e che tutti avevamo dei problemi con lui, le urla ed il lancio di pietre continuò, così anche noi gli lanciammo dei sassi per poi andarcene prima che arrivassero i security. Tempo dopo avemmo modo di ridiscutere della questione, ma lo ricordo come un episodio molto folkloristico di ciò che succedeva a Roma in quegli anni.

Il periodo più intenso che ho vissuto è quando con i TNT andavamo regolarmente a dipingere i casilino, ed il giorno dopo vedevamo questi convogli che erano un mezzo incrocio tra un tram ed una metro, girare tra le macchine e tra le rovine romane, ed essendo noi tutti di quella zona di Roma, era bello uscire di casa e vedere questi mostri di metallo con sopra i nostri graffiti che andavano verso il centro della città, fino ad arrivare alla stazione Termini. KIV era quello di noi che seguiva di più tutta la faccenda, e quindi anche quello che organizzava tutte le azioni, e non mancava mai all’appuntamento. Gli unici momenti di tens ione che si vivevano in quel periodo nella yard dei laziali era quando si entrava e quando si usciva, ma quando eravamo in mezzo ai treni, con gli spray in mano, ogni problema veniva meno e ero invaso da uno strano e confortevole senso di pace. Forti di quelle esperienze, la crew che si era molto riavvicinata, iniziò anche ad andare in metro, sia A che B dove KIV che in quel periodo usciva con VER, avevano scoperto i tunnel e ne avevano aperti alcuni, permettendoci così di dipingere abbastanza tranquillamente. In quel periodo io mi ero rotto la gamba e loro mi facevano impazzire, mostrandomi le foto e raccontandomi ciò che combinavano mentre io ero costretto sul divano di casa mia. Appena mi tolsi il gesso, nonostante non stessi al massimo della forma andai anche io nei lay-up sotterranei con loro: mi sembrò di rivivere in una civiltà passata, potevo sentire le singole gocce d’acqua filtrare nei muri e cadere sui binari, ogni sensazione era al massimo.
Credo che solo un writer che ha dipinto di notte a Roma, e non fa differenza che sia stato un tetto o una metro, in un deposito o in un tunnel, può dire di averne visto le sfaccettature più diverse e di aver vissuto veramente la magia di questa città!

LA LINEA DELLA VITA.


I treni vecchi e scassati della Casilina che vanno su e giu dagli anni 50, trasudano la vita e la memoria delle borgate di Roma. Non c’ è linea in città piu carica di storie, di personaggi da commedia di terz’ordine, di derelitti e scene tragicomiche. E i trenini corrono al centro di questa antica strada, sotto gli occhi di tutti.
L’energia dei graffiti la si può percepire soltanto vedendoli passare sui treni, vivendo le borgate e la gente che li prende tutti i giorni. Sentirne l’odore percepirne la vita. I graffiti devono esprimere la verità. Lo stile viene dopo.
Il perché non è razionale.L’essenza è in strada, vive nella città e lì si consuma e muore; perchè è arte di vita!


Mi sono affacciato al mondo nell’inverno del 1980 al secondo piano di una palazzina a Centocelle.
Trenta metri dalla yard del Casilino.
L’immagine di questi treni si perde nella nebbia dei miei ricordi d’infanzia.
A piazza dei mirti ci arrivava il tram e c’era ancora il sert di amore tossico al capolinea
degli autobus che erano ancora verdi.
Roma negli anni 80 era un’altra città. La ricordo cupa sporca e degradata,
ma c’erano un quarto delle macchine in giro.
intorno al deposito sotto casa non c’era manco la rete
Quando pioveva, l’odore dei treni si propagava in tutte le vie del circondario.
Lo ricordo da che ero piccolo, l’odore della yard,
ma da bambino non immaginavo quanto mi sarebbe rimasto addosso.
La prima infanzia fu sprazzi di sole e tristezza.
Gli anni 90 arrivarono con una certa aria di cambiamento, il mondo usciva dalla guerra fredda, Roma usciva dagli 80, dalle bombe e dall’eroina.
Era tutto fresco, c’era un certo slancio verso il cambiamento e mediamente si credeva che tutto sarebbe cambiato in meglio. Io gia alle medie avevo gia il vago sentore di inculata, ma pensavo a divertirmi, per quanto riuscissi. In fondo non mi riconoscevo in nulla di quello che vedevo fare o credere gli altri; in bisca erano botte; a pallone ero na pippa, le ragazzine non mi volevano,le prime canne me le sono fatte a 17 anni. I miei pomeriggi in strada erano con 4 amici e lo skate. l ‘unico passatempo che ricordava il senso di libertà.

Le prime foto di pezzi le avevo viste gia alle elementari in tv o su fanze di skateboard, e sulla Casilina leggevo qua e la da qualche anno Duster, Crock, Scatto, FCP, Krimz, Seep, Bingo e basta perche i writers in tutta Roma saranno stati una cinquantina!
Capivo dalle scritte che li dietro c’era un mondo ma non riuscivo a capirne i meccanismi non conoscendo nessuno.
Arrivai al liceo artistico di Ripetta nel 94 , che per l’epoca era pieno di writers, in realtà c’erano gli SHM, qualche TRV e qualche cane sciolto piu o meno attivo nel nascente movimento. Tanto bastò comunque per iniziare a schiarirmi le idee. E a fare i primi skethc e tag sul foglio e sui muri del corridoio di flaminio.
E anche tanti altri in quegli anni iniziavano a schiarirsi le idee e a fare i primi tag, e su tutte le linee si iniziava a muovere qualcosa.
Dopo un’anno arrivò la sveglia. Girando sulla solita Casilina vidi i pezzi della Convention di
Tor bella Monaca.
Ricordo la sensazione netta, profonda e fisica che stesse avvenendo qualcosa di importante.
Sui treni del casilino iniziavano a spuntare throw up di Bonze, Tmh, Koma, Clint, e poi i mega pezzi Yess, Ozee kid e semeTUW nel 96.


Cambio scuola; conosco la TNT Crew, e altri ragazzi che dipingevano.. iniziammo a stare in comitiva alla EX SNIA Viscosa, e li iniziai a prendere sul serio la cosa.
i primi anni di writing furono di street bombing a rotta di collo, pezzoni per strada, all’ora di cena senza palo, notti in giro a lasciare tag e trow up. Casilina tuscolana prenestina e tiburtina erano le aree favorite in quegli anni. E poi in yard di giorno: Tuscolano, Paninaro e Anagnina e raramente Salario. Base alla Snia, obiettivo Roma.
Diventammo una famiglia giocando nella città e imparando a gestire l’adrenalina, cercando situazioni sempre più rischiose, imparando a pararci il culo a vicenda, nella fuga o nella bevuta.
A sapere dove guardare e quando, divenire totalmente presenti e coscienti, essere uno con la città che si muove. Affinare l’intuito, muoversi, e riuscire quasi sempre a salvarsi dalla bevuta.
Questi sono valori preziosi per la vita!

Nella ripetizione ossessiva del tag mi accorgevo che il movimento del segno rifletteva profondamente i moti interiori della mia anima. C’ era una luce particolare in certi tag che non mi permetteva di staccare lo sguardo.
Quando scrivevo ero piu vicino al centro di me stesso.
Tutti noi stavamo insieme e facevamo questo perche così potevamo essere profondamente
noi stessi, nel segno, nell’identità, nel nome, nella sfida.
Dipingere era un mezzo, lo scopo era la libertà. Cambiare la realtà con le mani e la volontà.
E ritrovare di volta in volta l’armonia al Centro di Se stessi…
A un certo punto non era più un gioco!

 

Insieme a Ver, Gis, Lit e altri amici, Iniziammo a dipingere su tutte le linee, con particolare attenzione alla zona nostra, e i graffiti presero completamente la mia vita per qualche anno. Era come una dipendenza, se non dipingevo da un tot non dormivo, se dormivo sognavo i treni.
Eravamo entrati in un “quadro” del gioco in cui non c’è piu niente che non fosse possibile. Aumentavano i rischi ma aumentava anche il livello di coscienza del sistema, lo stile e la forza espressiva di quello che dipingevamo.
Era sempre più facile spaccare e sempre piu difficile essere presi! Potevi essere ovunque conoscere ogni anfratto sopra o sottoterra. Si susseguirono in quegli anni avvenimenti assurdi, guardie nascoste dietro scuola che ti chiamano per nome, guardie chiamate appositamente da altri writers mentre dipingevamo, strani incontri e fughe impropabili…
Ma in yard al Casilino facevo il cazzo che me pareva !!!
L’intuito cresceva, diventava sesto senso e cresceva la sensazione che forze invisibili guidassero ogni gesto..
La Rivelazione arrivò puntuale , una notte, fra i treni di Centocelle.
Finito il pezzo mi fermai per un attimo dentro, fra i trash, a studiarmi le mosse della guardia e godermi il panorama. C’era la luna piena il cielo stellato e solo un faro in tutto il deposito.
Dall’alto della yard, si vedevano macchine sfrecciare su viale Togliatti, anonime e senza direzione.
Io ero li che mi riguardavo il pezzo e non riuscivo a smettere di guardare, mi appagava piu del solito senza un perchè.
Alzando lo sguardo distrattamente vidi ,olre la rete, le finestre dell’ apartamento in cui ero nato. Non ci vivevo piu da 15 anni ma mi sentii a casa. Tra quei trenini antichi, cadenti e malinconici come gli odori della mia infanzia. Mi rividi ragazzino li dietro quella finestra e ricordai in un momento tutte le volte che avevo visto quelle carrozze da lassù, quando ancora non c’era la rete.
Riguardai il mio nome sul treno, era come se fosse scritto li da sempre… Era destino e verità!
Rimasi li un tempo indefinito, certo di essere al sicuro. Ero al posto giusto, al centro del mondo!

 

2001 - 2005

Era già passato qualche anno da quando avevamo scoperto quel posto, ma puntualmente l’Acotral continuava a lasciare un convoglio parcheggiato e altrettanto regolarmente noi andavamo a dipingercelo.
Ma nel writing si sà, le notizie hanno le gambe corte e anche per quel luogo non era stato differente, ormai lo sapevano tutti. E ci andavano tutti. Il numero delle persone che potevano dipingerci era un vero e proprio terno al lotto, così quella notte io e TROTA decidemmo di arrivare presto per poter dipingere le prime carrozze, quelle più vicine all’uscita di sicurezza.
Stavamo controllando che tutto fosse tranquillo quando arrivarono due motorini con quattro ragazzi che scherzavano tra di loro, erano writers e così gli andammo incontro per organizzarci. Ma quando mi videro, cambiarono attitudine e il più minuto di loro venne a muso duro verso di me: “non t’avevo detto che qui non ce dovevi più venì?”, e mentre anche gli altri si stavano avvicinando a me io gli risposi: “a cì, io vado ndo cazzo me pare!”.
Ma evidentemente loro non la pensavano come me e così iniziarono a picchiarmi in quattro, in un attimo ero già per terra e allora intervenne anche TROTA. Io ne avevo due sopra di me e provavo a difendermi come potevo, mentre vidi che lui dall’alto dei suoi cento chili e passa, nonostante ne aveva uno che lo teneva da dietro colpendolo sulla testa, continuava a dare cazzotti a quello davanti a lui.
Mi avevano gonfiato! E le urla probabilmente di lì a poco avrebbero attirato su di noi qualche pattuglia di ronda nei paraggi, così il gruppetto smise e mi intimarono di non entrare, mentre loro scesero più o meno tranquillamente nella grata da cui si accedeva alla metro.
Nel frattempo arrivarono anche i TNT che erano in pace sia con noi che con loro e che dopo aver ascoltato la storia, andarono a loro volta a dipingere.
Ero incazzato ma non sapevo cosa fare così TROTA mi mise una mano sulla spalla e mi disse chiaramente che quella sera non avremmo potuto dipingere lì, però io volevo scendere a tutti i costi e così lui mi fece vedere lo spray al peperoncino che si portava sempre dietro: era la sua condizione per accompagnarmi giù! 
Dopo alcuni momenti di incertezza mi convinsi che non avremmo dipinto quella sera. Ma nemmeno loro!
Scendemmo le varie scalinate attraversando alcune stanze finché non ci ritrovammo davanti al frontalino della metro. In quel posto la banchina è di metallo e ci si può camminare solo in fila indiana, così io andai avanti con il mio amico che mi guardava le spalle. Arrivati al secondo vagone mi ritrovai il piccoletto davanti il quale vedendomi iniziò ad urlare nuovamente: “t’avevo detto che tu qui non ci dovevi scend…” 
Pffffffffffffffffffffff. In un attimo una nube di spray al peperoncino lo coprì interamente e iniziai a colpirlo più forte che potevo.
Le urla nel tunnel si moltiplicarono e dal fondo del treno arrivarono anche i suoi amici che però non riuscendo a passare, iniziarono a lanciare bombolette  nel tunnel e a inveire contro di me. Intanto altri arrivarono alle nostre spalle, così decidemmo di scappare aprendoci un varco con lo spray urticante, ma fortunatamente erano i TNT che si scansarono quando ci videro.
Salimmo le scale più velocemente possibile e ancora eccitati sparimmo lungo le strade della nostra città in direzione di non ricordo quale cornettaro.
Quella notte nessuno dipinse!

Era la solita notte, tutti a casa, sketch, due chiacchiere e poi si va. Decidemmo di andare a Battistini; eravamo io, POE, KOTONE, ZETAL, qualcuno di Milano e non ricordo chi altro, più o meno una dozzina di persone. Quando iniziammo a dipingere tutto sembrava calmo ma in un istante tutto cambiò; sentii un rumore dalle scale ed andai a vedere, c’erano dei security che scendevano con la pistola in mano cercando di non fare rumore, iniziammo a scappare verso la stazione che sembrava l’unica via d’uscita. In stazione c’era un altro metronotte abbastanza grasso che non correva e ci insultava dicendo che tanto non saremmo andati da nessuna parte perchè era tutto chiuso. Salimmo le scale mobili e, come ci era stato detto, le nostre vie di fuga erano sprangate; tornammo indietro e ci nascondemmo in uno di quei creatori su cui cammini quando sei sul marciapiede, in uno spazio dove sarebbero potute entrare 4 persone noi ci stavamo in 10. Nel mentre vedevamo i security camminarci sopra e dire: “tanto do vanno prima o poi devono uscì, non possono scappare”. Aspettammo li per un ora dopo di che decidemmo di uscire e provare a scappare da dove eravamo entrati; fortunatamente in quel momento non c’era nessuno, salimmo le scale e davanti alla porta d’uscita era parcheggiata la macchina dei security in modo tale da non far aprire la porta! Cominciammo a prendere a calci la porta finche non si piegò la parte superiore; uscimmo tutti in un attimo. Andai verso la mia macchina e quando mi girai vidi che gli altri seguivano me (la mia macchina all’epoca aveva il sedile davanti che non si alzava); presi dal panico montarono tutti davanti. Farsi fermare in sei sui sedili posteriori era peggio di essere presi in metro, comunque preferimmo rischiare ed allontanarci da li. Poco dopo eravamo in un bar a fare colazione e a raccontarci quello che era successo. Che bella la vita da writer! 

Questa non è una storia di eroi.
È la storia di un perfetto sconosciuto, di cui non ricordo ne il volto ne il vero nome.
È la storia di Rizla, un ragazzo che ho incontrato 12 anni fa.

Era l’estate 2005, arrivarono dei ragazzi di Milano per dipingere e contattarono alcuni miei amici.
Ci incontrammo e decidemmo dopo vari ripensamenti di andare fuori Roma, in una yard che io conoscevo solo di fama ma che qualcun altro conosceva meglio. Dopo un paio d’ore arrivammo: i treni erano illuminati da lampioni e tutto intorno era buio vero. Entrammo con l’obiettivo di non superare i 30 minuti perché quel posto era strano.
Non ne passano neanche 5 di minuti che vedemmo scavalcare alle nostre spalle quattro carabinieri. Senza sapere dove, iniziammo a correre. Ci separammo e la mia strada mi condusse ad un burrone che quasi ci cadevo dentro. Tornai indietro, ritrovai gli altri sparsi tra alberi e cespugli e passammo la notte in un prato. La mattina dopo pensando di essere salvi uscimmo allo scoperto e fummo sorpresi da due pattuglie che ci stavano ancora cercando. Manette. Caserma. Denuncia.

“Fortuna che almeno Rizla è riuscito a salvarsi. Speriamo non gli sia successo nulla.”

Qualche ora dopo corsi a lavoro cercando di far finta di niente, ma qualcosa mi angosciava. In ognuno di noi c’era il presentimento che qualcosa, quella notte, andò storto. Non mi riferisco alla nostra cattura. Presto arrivò l’amara verità: Rizla fu ritrovato dai Vigili del Fuoco sul fondo del burrone che costeggia la yard.

D’un tratto non esistevano più le tag, i pannelli in metro, le fughe epiche, i whole car, i viaggi all’estero, i video, le foto, le fanzine, gli speciali e le interviste. Esisteva solo un ragazzo uscito di casa, forse dicendo rapidamente “ciao ma’, stai tranquilla”. Non sarebbe mai più tornato dalle vacanze estive. Non avrebbe mai più fumato l’erba in cameretta, non avrebbe mai più scritto col pennarello sull’armadio, non avrebbe più litigato col padre ne cercato un lavoro ne messo la testa a posto.

“Pronto? Signora sono Marco, non so come darle questa notizia…”

Questa non è una storia di eroi.
È la storia di un perfetto sconosciuto, di cui non ricordo ne il volto ne il vero nome.
Anche se sono passati 12 anni il ricordo di quella notte è ancora vivace e recente. Forse perché quello sconosciuto, Rizla, viene a trovarmi di notte. Mi sveglia per dirmi che lui è ancora dentro quel burrone. E finché verrà a trovarmi, io quel burrone lo porterò sempre dentro.

Il profumo della notte
E’ il 22 aprile e la primavera è appena sbocciata. Abbiamo passato l’inverno a congelarci, la notte…appartati tra rovi, alberi, campi, palazzi, in macchina, sui marciapiedi, nei grandi parcheggi degli autobus, nelle periferie e al centro della città. Ore di attesa, in azione, per cercare di scardinare gli ingressi di emergenza della metropolitana, ma anche fermi, in silenzio, al buio, controllando e verificando gli spostamenti intorno agli ingressi, fino al momento giusto per entrare. 
Fa freddo, ma l’adrenalina che scorre nelle vene, non lo fa percepire.
Con la primavera le l’atmosfera cambia, la foschia che ci ha accompagnato la maggior parte delle notti e che ha per lungo tempo offuscato ciò che ci circondava, lascia spazio alla luce della luna piena e ai profumi delle piante e dei fiori che mescolandosi a quello di una notte tiepida, inebria lo spirito.
Un’emozione grandissima, che sebbene si ripeta di notte in notte, è sempre unica. 
Sono le 3.00 in punto ed è ora di entrare. Mi calo per almeno 50 metri giù nel tunnel della metro A. Dopo aver fatto 4 rampe di scala a pioli, arrivo giù. Solo una grata alta 3 metri mi separa dal mio sogno quotidiano, un convoglio arancione, lungo 108 metri.
Scavalco e inizio a colorare i vagoni realizzando un pannello tra i più belli che ho mai fatto. L’odore della vernice è straordinario, mentre dipingo, sogno. Ho finito, salgo in superficie sempre con il massimo silenzio, accorto a non lasciare nessuna traccia, sempre con i guanti in lattice indossati. Esco.
Sono stanco morto, sono le 4.30 del mattino e prima delle 5 non sarò a casa.
E’ stato un grande investimento di energie, considerato che il giorno seguente sarò sui banchi dell’università, ma ne è valsa la pena.
Da solo o in compagnia, il sapore della notte rimane l’esperienza più straordinaria che abbia mai vissuto.
Kebab e peroni da 66 per 7 persone. Scorrazzavamo come gazzelle, da una parte all’altra della città con il culo sopra ad uno scarabeo 50. Senza casco. L’occhio cadeva sempre agli angoli delle strade, in cerca di tombini e ingressi per il sotterraneo. Non avevamo niente e questa città non ci offriva niente. La TV trasmetteva la disfatta del libero arbitrio in diretta, mentre noi volevamo solo scrivere i nostri nomi sopra un vagone. Ma non era per fama, non era per la gloria, non c’era nulla in palio. Solo per sentirci vivi, liberi. Eravamo un gruppo di grandi amici che aveva trovato qualcosa di meglio da fare che andare a sudare ballando blu da bu di da bu da in camicia bianca. La luce era fioca in tunnel e l’aria rarefatta. Il battito cardiaco in aumento. Il rumore dello spray mi rilassa. Traccio linee argento con il fat rosa ed out line rosso fuoco, le mani spaccate dal freddo ed il sorriso sul volto dei miei amici. Rumori, voci. Tutti giù sotto il vagone, fermi per ore ad aspettare che la situazione si calmi e quegli stupidi se ne tornino nel loro gabbiotto. Il grasso che lubrifica il treno è tutto sulla mia giacca nuova. Non possiedo vestiti senza macchie. Vanno via, tutto sotto controllo e in un baleno siamo al mac di piazza della salle a mangiare un Mac rib. 4 del mattino, verso casa con in cuffia “the cold vein” dei cannibal ox, appena uscito fiammante. Tra due ore a lavoro, ma noi non siamo come voi. Scorrazzavamo come gazzelle nella savana. Roma early 2000.

Era un momento magico per gli OK.
In quel periodo nessuno dipingeva più di noi: ogni giorno si andava a dipingere, e non importava che fosse un end 2 end a Ciampino o un wholecar in metro A, l’importante era scrivere OK in ogni angolo della città.
Ma non bastava, volevamo di più è così decidemmo di far entrare in crew anche altri due amici con cui dipingevamo spesso, MOKE e FOOT ovvero stile e quantità.
Era un periodo in cui spesso ci si incontrava a casa di YOU per farsi le canne prima di andare a scrivere ma a TROTA e TRON non piaceva affrontare le yard strafatti e così gli capitava di andare spesso da soli mentre gli altri se non erano troppo stravolti, verso le due di mattina si attivavano e andavano tutti insieme a dipingere. 
Ma quando si andava a fare un wholetrain o anche più semplicemente un wholecar di crew, si mescolavano le carte e non importava quanto si aveva fumato, si riempiva una o più macchine e si andava a colpire: e quella sera la missione era un wholetrain nel lay-up di Cornelia. TRON, FOOT, MIN, IMOS e TROTA dopo aver aperto la botola vicino al benzinaio, visti gli oltre cento metri di dislivello da fare su delle scale a pioli decisero di scendere direttamente con gli spray! Fu ardua e il caso volle che quando si affacciarono alla grata che dava sul tunnel si accorsero che non c’era il treno! 
FOOT propose di andare a vedere a vedere come erano posizionati gli altri convogli, ma IMOS e TRON non vollero e cosi iniziò una risalita che fu paragonabile ad un’impresa.
Salirono in macchina ma FOOT era incazzato nero ed iniziò a litigare con Gli altri, così appena superato il Mc Donald nel bel mezzo del l’incrocio di Cornelia scese e prese a calci la macchina di IMOS prima di sparire chissà in quale direzione.
Fu l’inizio della fine per gli OK e verso l’autunno a Roma tornò Benjamin, un amico berlinese che stava girando un documentario mai uscito su alcuni dei writers che avevano fatto la storia della nostra città. Poco dopo Ostiense c’era un backjump di qualche minuto in cui si poteva dipingere in pieno giorno e così FOOT propose a TROTA e MIN di fare un pezzo REPS tutti insieme.
I tre andavano a dipingere sempre insieme e decisero che quella sarebbe diventata una vera e propria crew, così iniziarono a scrivere REPS, REPS e ancora REPS. 
Ma le cose non andavano bene e spesso tra i tre si creavano discussioni anche per le cose più stupide, così un centinaio di pezzi e qualche mese più tardi TROTA e MIN decisero che quel gruppo non aveva alcun senso, ma il terzo della combriccola non la pensava così e ancora oggi continua imperterrito a scrivere REPS in ogni angolo di Roma, d’Italia e del mondo.

One time I was at school with my longtime friend, Francesco (who later became Raes) and we wrote a sentence on a desk, just messing around: “Cali… Lasciati Baciare,” (Cali… Let yourself be Kissed). Devised from the surname of one of our classmates, who wasn’t exactly the most fascinating person, and to make a joke out of the exaggerated use of ‘k’, we then turned the sentence into: “Kali… let yourself be Kissed”. Since the acronym sounded good (KLB) we decided to add “Rules” to the end of it.

Within a few months, the walls between Prati, Monte Mario and Primavalle, as well as the buses that went around those neighbourhoods, were overflowing with KLB Regna (KLB Rules). Raes’s younger sister (unaware that the author of this was her brother) said that it must be a sort of pyramid structure and that depending on the colour of the writing, the author must be of a high status! Kids at school beat the shit out of me trying to find out what the acronym meant. I was short and thin and one of the most badass kids from the school surrounded me with some of his friends so they could find out the meaning, but when they told me “Watch out, he’s one of the ‘Irriducibili’ ” (a famous Lazio hooligan group), my only answer was: “Ah yes, that shit group!” I got a couple of knee hits to the balls and a headbutt in response, but the bell rang and we had to go back to class to finish our lessons. I was in tears, but they had to let me go.

That summer I went on a school holiday to England and

met a guy from Milan who taught me about hip hop, tags and writing. I did my first graffiti piece with him. We stupidly chose a wall from the university and so the next day, management called and threatened us: “We will send you back to Italy.” They kept us in this state of panic for three days before forgiving us.

When I got back to Rome, I immediately caught up with Raes and noticed that there was some new Natan tag that had been added next to many of our KLBs. I had some suspicions about who it could be, which were eventually confirmed… it was Sugo! This is another one of my friends with whom I went assiduously to the ‘Roma Club Trionfale’, the meeting place for the Commando Ultrà (a famous Roman group) that we were part of.

We chose new tags, I was Sdef. I flicked through English dictionaries where I found terms like ‘God’s death’ which then became ‘s death’ which I felt was a translatable exclamation of an amazed disappointment which I imagined was the reaction of those who saw my tags. Sugo chose Bisc, from the nickname ‘Biscottino’ (small cookie) that he had had when he was in the Commando. Francesco remained Raes and together we became the RSC crew. We started filming mainly in Prati, and shortly afterwards Bisc and I (who about a year and half later changed his tag to Hestro) started going to Il Corto Circuito, a very politicised area for graffiti artists — I remember the girls from 00199, the graffiti wing from the group ‘Assalti Frontali’. Then we started going to the Royal Cinema where part of the Roman scene used to gather out the front. We bonded with Giaime and Rude MC, who we’d often go out with.

On New Year’s Eve, between 1991 and 1992, we went to paint the terrace on the Janiculum and then the following year we decided to try and do the A Line. It would not be a safe mission. A few years before Flaminio had started getting painted a lot, I didn’t really recognise any of the tags around, but I remember them well: there was not really any graffiti or throw-ups, but a series of drawings and tags. Our biggest issue was how to re-climb the glass wall once we’d finished painting and needed to leave. We hadn’t noticed the ladder halfway down the bridge and also wouldn’t have the guard rail to boost ourselves up,

like we’d had on the way in. We hadn’t even measured the height difference on the track side, so in order to get out I made a rope with a kind of wire stirrup in the centre that I threw to Hestro over the top, after making him climb over first.

There were three pieces to do: Hestro, Sdef and a Perturbati, almost an end-to-end underneath the windows. Hestro had brought two stadium torches with the aim of facilitating a possible escape, I had brought a camera with ISO 800 film, but just my bad luck, I couldn’t get the film to hook into the camera and so there are no photos of that night. We left our tags on every light and column in the centre of the station. As the train had been buffed, those tags in the station and on the nose of the train were the only pieces of proof that we’d entered the station that night. Once we painted the subway, we went back to the bridge and I helped Hestro get over the ‘ladder’ I’d created, which he then threw back over to me. I tried to roll the rope around my hand but I struggled quite a bit before finally being able to climb over. Luckily, it didn’t take too long because as we were unlocking our scooter, a police van passed by. After a few months, Hestro joined ETC crew and I was left by myself, so one evening I decided to go back to paint at Ottaviano, but first I stopped to do a quick Sdef in the tunnel; at one point I turned around and saw two guys coming towards me so I panicked and ran away. Once outside again, I got on my moped and after a while I was joined by two guys on another scooter: Anek and Micro from WPA. They had been the ones I had seen in the tunnel and so they asked me why I had run away. We ended up going back to paint, but on our return to Lepanto we saw two headlights in the tunnel ahead. Anek hid somewhere, Micro straight up disappeared, and I ran to the bridge. I started painting with WPA after that, who had discovered the Laurentina yard. I ended up spending the whole summer with Anek painting.

Even if I was determined and, like the illegality, every time I went to paint, something happened – it was evident that I was a loser and besides, I lacked the talent and so stopped shortly before the phenomenon of writing exploded in Rome.

Eravamo io e TROTA al pub Cimino (ex professore del liceo Cavour) dove andavamo spesso prima o dopo aver dipinto perché era possibile farsi le canne. Dopo qualche canna si sedettero vicino a noi due ragazzi con il The North Face, che all’epoca era una sorta di divisa per i writers romani, e dunque gli domandammo se dipingevano: ci risposero di sì e ci dissero le loro tag, all’epoca avevamo molti problemi con loro ed i loro amici, quindi ci guardammo e decidemmo di aspettare per vedere fino a dove sarebbero arrivati. Convinti di parlare con ragazzi comuni, uno di loro iniziò a dirci che tempo prima aveva menato il TROTA fuori da una yard e che aveva sorpreso me e MOKE mentre finivamo un end to end in metro B e di averci tolto gli spray dopo averci picchiato, e con quelli diceva di averci coperto il nostro graffito. Noi gli davamo spago e tra un complimento e l’altro gli dicevamo che aveva fatto bene! Appena se ne andarono ci guardammo e scoppiammo a ridere increduli poiché nessuno dei due aveva mai visto gli altri. È incredibile quanti mitomani girano per le yard di Roma…

Mi ricordo ancora oggi come fosse ieri i primissimi treni dipinti sulla metroA ,prendevo spesso la metro e dal buio del tunnel uscivano i pezzi degli ETC e qualche straniero che( oltre il mio ) attiravano gli sguardi sorpresi e distratti dei pendolari…era come che ti risvegliassero dal sonno!
Ogni forma che vedevo e nome rimaneva impressa nella mia mente !
Per me dipingere la metro divenne innanzitutto la voglia di far provare questa sensazione di smarrimento e sorpresa alle persone che come me prendevano la metro , ogni vagone nella mia visione prendeva identità tramite i graffiti e si distingueva dagli altri una volta dipinto , allo stesso modo dei vagoni anche io come writer iniziai a prendere un’ idendità nuova che mi piaceva perchè in continua evoluzione e non incastrata in un corpo fisico ed un sistema , così nacque clone successivamente syla ,un essere senza corpo fisico e con ogni giorno una faccia diversa un colore diverso e una sensazione diversa , e come una divinità dell’antica Grecia mi avvalsi della follia divina e dopo aver appreso le basi iniziai e creare senza dover rispettare alcuna regola se non quella di rompere i confini dettati dalle regole della logica seguendo il cuore , il fatto di non essere confinato in un nome assegnatomi alla nascita mi stava arricchendo e non togliendo fiducia ,era come uscire dalla schiavitù dell’ identità!
Praticai l’arte dei molteplici nomi sulla metro fino ad arrivare ad un concetto I see my shine, la mia origine ,avevo capito che dietro la meraviglia di un treno dipinto vi era un gesto incondizionato , libero ,l’amore come gesto e basta!
il senso che volevo esprimere era lasciare l’attaccamento alla propria tag e diventare pura astrazione puro amore incondizionato forse quello era diventato il mio stile !

L’amore puro È l’unica cosa necessaria , È l’ ingrediente che fa che qualcosa che fai resti e diventi un fatto e la metro ed i suoi artisti me lo hanno insegnato

Una notte d’estate volevamo assolutamente dipingere ma visto che come a volte accadeva, non avevamo le bombolette , decidemmo di andare a cercarne alcune alla buca sotto il traliccio dell’alta tensione nella campagna di Anagnina dove tutti quelli che uscivano dal deposito di Osteria del Curato, di solito buttavano gli spray vuoti e i fondini*; il posto si trovava a circa duecento metri dalla botola che portava al deposito sotterraneo della linea A. 
Quindi ci avventurammo insieme a JON e KARE e appena risaliti dal fosso con gli spray di cui avevamo bisogno, iniziammo a incamminarci nella campagna dove si trovava la botola. Da lontano vedemmo due persone che si dirigevano verso il tombino e così andammo verso di loro e scoprimmo felicemente che erano VER e DES. Dopo una rapida chiacchierata e felici dell’incontro, ci dirigemmo tutto insieme verso il tombino, ma una volta arrivati all rete ci accorgemmo che all’interno già c’era qualcuno in quanto la botola era aperta, decidemmo così di appostarci per aspettare di vedere chi sarebbe uscito e cinque minuti dopo incominciarono ad uscire uno a uno dei ragazzi che JON, VER e DES riconobbero subito: la settimana prima ci avevano crossato** due end to end sulla linea A. Così appena usciti iniziammo a litigare con loro e non ricordo se VER o DES sfoderò un manico di piccone e iniziò a prenderne a bastonate uno, mentre io e JON iniziammo a malmenarci con gli altri due. Dopo l’ agguato JON perse i suoi occhiali ma in compenso gli sfortunati francesi andarono via lasciando tre zaini pieni di colori di tutti i tipi, così ci dividemmo gli spray in tutta fretta presi dalla foga di poter dipingere in un modo per noi insolito.
Quella notte noi dipingemmo un end to end “YESS JON DES” mentre KARE (riposa in pace) e VER realizzarono due top to bottom in banchina nel lato opposto al nostro: fu una notte indimeticabile.

*in gergo è uno spray in cui rimane poca vernice
**ricoprire un graffito

I graffiti sono entrati nella mia vita in modo brutale, dandomi uno strumento attraverso il quale da un lato riuscivo a esorcizzare ciò che non mi piaceva della mia vita e dall’altra riappropriarmi di una libertà che non potevo avere se non in quel modo.
Quando ho dipinto la prima metropolitana avevo dodici anni e stavo ancora in seconda media, ho conosciuto PUER ed in seguito ZEIR che era uno dei writer più attivi verso la metà degli anni novanta, il quale mi disse che c’era la possibilità di dipingere il lido di pomeriggio e chiaramente per un ragazzino di quell’età quale migliore occasione: andammo con ALMA e PUER al capolinea CRISTOFORO COLOMBO alle cinque del pomeriggio e facemmo un argentone veloce. Quando andammo a prendere la metro per tornare a casa, la puzza di vernice si sentiva in tutta la stazione, ma avevamo ancora l’adrenalina in corpo e non ci rendemmo conto dell’ingenuità che stavamo commettendo, tra le altre cose con tutti gli spray negli zaini. Eravamo seduti tranquillamente nel vagone quando alcuni addetti del Cotral* salirono nella nostra carrozza e con fare quasi paterno ci chiesero se credevamo di ripartire come se nulla fosse successo. Negammo l’evidenza, ammettendo però di non avere i biglietti per tornare a casa, la discussione fu talmente ridicola e noi talmente piccoli che l’unica punizione che ricevemmo, fu di farci saltare una corsa.
Qualche settimana dopo invece, andai con ZEIR a Magliana entrando dalla discarica, era inverno e faceva buio presto, il deposito brulicava di lavoratori, ma riuscimmo comunque a dipingere: fu l’inizio di qualcosa che ha segnato la mia vita e che in parte la segna ancora perché i graffiti per me oltre allo scrivere delle lettere e a far emergere il proprio nome, sono un’azione violenta volta ad aprire spazi di libertà e  non c’è posto migliore del farlo sulla metropolitana, in diversi periodi e con compagni di strada che sono stati fondamentali per farmi vivere il writing in questa maniera. 
Nei venti anni successivi ho dipinto intensamente con gli NSA, e writers come VER e FONE sono stati importanti perché per un lungo periodo, la domenica pomeriggio mentre gli altri andavano a fare le scampagnate, noi andavamo a Colombo, dove nel frattempo avevano iniziato a lasciare i treni parcheggiati dopo la stazione, senza alcuna recinzione. Solo a ridosso del 2000 iniziai a dipingere con una certa frequenza la A e la B insieme a DES, JON, SYLA ed ai TUW, e insieme a KARE che oggi non c’è più e con il quale costruii un rapporto fraterno e che mi rimarrà sempre nel cuore.
Il modo radicale in cui noi ci siamo vissuti i graffiti ha fatto sì che le nostre vite cambiassero, e oggi la commercializzazione dei graffiti volta a incasellare, a codificare e quindi a rendere comprensibile alle istituzioni è qualcosa che non mi appartiene, perché ciò che noi abbiamo fatto mira a sovvertire il sistema e creare spazi dove sentirsi liberi.

Avevo undici o dodici anni quando vidi i primi graffiti alla stazione di San Paolo e rimasi colpito, così un po’ di tempo dopo iniziai a dipingere i muri come tutti, ma al capolinea della Roma – Lido i treni erano abbandonati senza alcuna recinzione al bordo di una pineta, così insieme a EWOL e DACE andammo a fare il nostro primo treno che venne crossato poco dopo. Dal dicembre del 1996 iniziammo ad andare regolarmente di domenica pomeriggio finché iniziarono le prime fughe e rallentammo un po’ per ricominciare con una certa assiduità nell’autunno del ’97. 
Una volta ero con SEYO quando entrammo in fondo dove lasciavano un convoglio, tutto sembrava tranquillo così scavalcammo e stavamo camminando verso il treno quando tutto a un tratto una luce ci illuminò e la persona che aveva la torcia iniziò ad urlarci “pezzi di merda vi rompo il culo” e iniziò a sparare all’impazzata: corsi come un forsennato ma inciampai e mi caddero gli spray che provai a raccogliere ma il tipo continuava a sparare, così mi lanciai contro la recinzione e mentre stavo scavalcando sentii partire un ultimo colpo e quasi contemporaneamente udii il proiettile infrangersi sul metallo della rete. Iniziai a correre letteralmente dentro ai rovi senza seguire il sentiero, il cuore batteva a mille e caddi nuovamente e per rialzarmi misi la mano sulla testa di SEYO che nel frattempo si era accovacciato. Alcuni giorni dopo il security iniziò ad indagare tra i writers di Ostia, la voce girò e quindi andai a parlare con il ragazzo che era stato fermato, il quale mi raccontò che il metronotte gli aveva detto che aveva avuto paura perché aveva sparato ai 106* però un colpo sparato per aria di rimbalzo era finito contro la rete vicino a quello che scavalcava: Come se l’aria fosse un oggetto su cui le pallottole rimbalzano.

*altra crew molto attiva sul lido durante quegli anni

All’inizio ero un pivello e dipingevo il lido la domenica pomeriggio insieme a FONE e chiaramente quando partiva il lunedì mattina verso Roma, c’erano già alcuni strati di vernice sopra alle nostre scritte, ma per me i graffiti erano solo dei codici da cui ero attratto e che copiavo ma di cui non sapevo assolutamente nulla. In seguito a noi si aggiunsero GIS e PIE e un giorno mentre facevamo le tags all’interno di un vagone della metro si alzò un tipo olandese tutto vestito bene che stava tornando dal matrimonio della sorella, e ci chiese il pennarello; si mise a scrivere il suo nome con noi e nei giorni successivi andammo a fare dei lungolinea e a fumare delle canne insieme, e prima di andare via ci invitò in Olanda e ci disse di scrivere NSA.
In quel periodo oltre a dipingere la Roma-lido, provavamo anche ad andare a Magliana ed è proprio lì fuori che fummo accerchiati dai ZTK con tanto di bastoni che pensavano fossimo altri due writers con cui avevano degli scazzi, ma dopo esserci presentati, entrammo tutti a dipingere insieme e in seguito andammo a berci delle birre tutti insieme.
Con loro capitò di incontrarci altre volte sia in yard che sulle banchine di Piramide o San Paolo ad aspettare di fotografare i rispettivi pannelli finché ci prendemmo in simpatia e iniziammo a dipingere insieme.
Avevo sedici anni ed ero senza soldi, così per sviluppare tutti i miei rullini andai dal fotografo di viale Aventino per cui JON volantinava: lavorai lì due mesi!
Sono stato attivo per parecchio tempo, ma ci sono stati dei momenti indimenticabili come quelli a cavallo tra il 2000 quando per fare i graffiti invece di andare a scuola facevo sega per andare a rubare gli spray e dipingevo anche in tre yard diverse nello stesso giorno. Qualche anno più tardi ebbi un altro periodo molto produttivo: metro insieme a DES e lido con KAW e i 106 ai quali feci capire che era inutile fare dei bei pannelli se poi li pulivano; e fu così che iniziammo letteralmente a distruggere interi convogli con tags e throw ups. Eravamo arrivati al punto di crearci dei diversivi in un punto della yard per entrare dal lato opposto e dipingere indisturbati. 
E fu così fino al 2015, quando andavo a dipingere soprattutto con BLAK e KAW con i quali dipingevamo il treno parcheggiato in fondo al deposito in pieno giorno e quando a volte arrivavano le guardie, noi prima di scappare, gli tiravamo le bottiglie di birra che ci stavamo bevendo. 
Non mi interessava come, ma pur di scrivere il mio nome ero disposto ad arrivare  vicino alla macchina dei security per rendermi conto di cosa stessero facendo e a volte passavo anche delle ore vicino a loro senza potermi muovere, ma alla fine l’importante era che riuscivamo a dipingere!
Vengo da un quartiere difficile dove per ‘evadere’ con i graffiti ho dovuto rubare le bombolette e ho sempre creduto che non si possono classificare writers di serie A o B in base agli spray che usano ma casomai da quanto dipingi. Non ho mai voluto sopraffare gli altri e a mia volta non volevo che mi si mettessero i piedi in testa ed è per questo che ho litigato con tanta gente a Roma, ma oggi ho fatto tesoro di tutto questo e se ho imparato a saper leggere le persone e a vivere la città in un certo modo, è grazie alle esperienze che ho vissuto, anche se scrivere in metro è una droga, e io da qualche anno sto in astinenza!

 

Come per tutti i writers, quando ho iniziato a dipingere il più grande sogno che avevo era poter dipingere uno di quei vagoni della metro B su cui vedevo  i pezzi dei TRV e degli ZTK, argentoni, end to end e top to bottom, ogni writer a quell’epoca aveva il proprio stile; ricordo come se fosse ieri il wholecar di ONE dove c’era scritto ‘senza dritte, solo cor fomento’. 
Ero un ragazzino e i miei genitori mi controllavano facendomi rientrare a casa la sera presto, così di mattina andai a vedere la yard di Magliana e capii che ci potevo dipingere anche di giorno. Passai ore a controllare e capire i movimenti dei macchinisti e dei security, rimanevo nascosto sotto ai treni e a volte capitava che mi passassero vicino, avevo il cuore in gola mentre ascoltavo ogni loro singola parola. Mi stavo ambientando a quel posto e alle sue regole, e a dire il vero, amavo quell’atmosfera e a volte quando non avevo niente da fare, invece di uscire con gli amici me ne andavo nel mio deposito e passavo intere giornate lì da solo.
Qualche anno dopo andai via dall’appartamento dei miei e occupai una casa cantoniera proprio vicino a Magliana e da quel momento in poi, iniziò il rock ‘n’ roll.
Ho sempre provato a rispettare gli altri e a non coprire a meno che non avessi delle valide ragioni, ma se avevi degli scazzi con me non c’era scampo, prima o poi avresti visto girare il tuo pannello con sopra il mio throw up. Coprire un mio wholecar o anche semplicemente un mio throw up equivaleva a sputarmi in faccia e questo non l’ho mai permesso e non lo permetterò mai, e ogni volta che qualcuno ha anche solo sfiorato il mio nome, la mia risposta è sempre stata la stessa: uscendo di casa la mattina avevo una sola idea fissa, far sparire il nome di chi non mi aveva rispettato.
Oggi nonostante i depositi siano controllati con una maggiore tecnologia e il mio stile si sia evoluto, continuo a dipingere nello stesso modo in cui dipingevo venti anni fa scrivendo sempre lo stesso nome, ma quando mi guardo intorno non vedo più lo stesso romanticismo dei vecchi tempi, lo stile è tutto uguale e manca il rispetto sia per chi ha fatto la storia che per le yard. Per anni ho dipinto nei tunnel senza mai lasciare traccia del mio passaggio mentre le nuove generazioni ormai fanno le tag sui muri per far capire agli altri che hanno dipinto lì. Ai miei occhi la metro di Roma sembra una meta turistica dov’è ormai regna l’anarchia e chiunque può dipingere perché la vecchia scuola è sparita e con essa i suoi guerrieri.

Tese era la mente del crew, a 15 anni faceva finta di addormentarsi nel vagone all’ultima fermata (Battistini) per poi “svegliarsi” nel deposito e guardare eventuali entrate, aveva capito che per norme di sicurezza ogni stazione doveva avere un’uscita di emergenza, quindi un’entrata per noi che dovevamo scendere a dipingere.
Una sera io e Nose alzammo il tombino fra Cornelia e Battistini, scendemmo fino all’ultima scala e una volta arrivati trovammo tre treni parcheggiati, avevo 16 anni, la prima volta che dipinsi la metro me dipinsi 3

Erano i tempi delle superiori, tornavo a casa verso le 3:00 di notte e alle 7:00 avevo la sveglia per andare a scuola, quando esci dal tunnel dopo aver dipinto hai una scarica di adrenalina in corpo che può durare ore, il sonno era quasi sempre tormentato.
Più di una volta mi è capitato di andare a scuola col treno che avevo dipinto la notte prima, capivo che era quel treno almeno 10/20 secondi prima che arrivasse in stazione, è incredibile quanto la svampa di vernice spinta con lo spostamento d’aria in un tunnel possa arrivare prima del vagone.

Quando hai 16/17 anni e vai a scuola è difficile riuscire ad andare in metro tutte le sere, quindi il sabato era scritto, si scendeva a Cornelia 30 metri di scale, spesso al buio.
Il 2000 è stato il boom dei rave e il mio crew era solito andarsi a sfondare, ma ricordo che quando abbiamo cominciato a scendere in metro e dovevamo scegliere se sprecare un sabato al rave o andare a dipingere non c’era storia, 90% delle volte scendevamo in metro, so che può sembrare strano ad un occhio esterno e che i motivi che ci spingevano a devastare i treni della metro non fossero i più nobili, ma in qualche modo ci hanno migliorato come persone, e anche se li sotto era buio, probabilmente la metro ci ha salvato da un altro buio.

Prima di entrare a Cornelia o Bttistini guardavamo da fuori la stazione il gabbiotto della security service, a Battistini c’era una vetrata che dava sulla strada quindi potevi vedere il guardiano prima di scendere, una sera lo filmammo con la telecamera, si muoveva a tempo di musica e pensammo: “balla balla” che noi ci spacchiamo la metro.
arrivammo nel tunnel e muniti di camera con il resto del crew. Come al solito le metro erano tutte bombate, dovevi trovare la vittima o lo stronzo da coprire, quella volta sono stato obbligato a dipingere in curva dove avevo poca visuale. Poco prima di passare l’outline mi trovai il security a un metro da me col “pezzo” in mano, in pochissimi attimi non so neanche io come eravamo tutti fuori, tranne un nostro amico con la telecamera che rimase lì  per recuperarla, lanciò dei sassi per fare cambiare la direzione al security che non doveva mai etrare in possesso di quella maledetta camera con le nostre facce.
Il nostro amico pure quella volta riuscì a scappare con la telecamera che ci lasciò un souvenir del security ballerino che urlava al nostro amico: “VIENI QUA VIENI”
Inizio questo racconto con una premessa, per me l’esperienza in Metro è stata come per un ex tossico l’eroina. Se gli chiedi com’è la “roba” lui ti risponderà che non c’è altra droga che ti da miglior sensazione, la ama, ma deve starci alla larga per il suo bene. Non credo che quei momenti ritorneranno, vista l’età, il lavoro e una famiglia sulle spalle. Purtroppo vivrò il resto della mia vita sotto metadone. Chi ha toccato la metro più di una volta sa che crea dipendenza che non ti lascia fino a quando non ricevi una forte “SCOSSA”. La Metro incarna al 100% il senso del writing: ricerca, studio, azione e ovviamente lo scontro. Parliamo del 2002, ero un ragazzo di fuori Roma, non avevo possibilità di restare fuori la notte, non avevo i mezzi per girare su e giù per la città quindi fin quando non raggiunsi una mia indipendenza non potei dedicarmici seriamente. La scintilla scoccò quando Howen porto Dres a dipingere la linea B per ben 2 volte, in quegli anni Io e Dres eravamo come fratelli e la cosa che io ero stato escluso un po’ mi stimolò a cercare un alternativa, anche perché Dres non era attratto quanto me dalla Metro. D. aveva inoltre fatto promessa a H. di non rivelare a nessuno il posto. Decisi di arrivarci per conto mio, cominciai a studiare i posti possibili, i layup dove l’avrebbero potuta mettere, fuori e sotto terra; ero stato catturato dal richiamo. Non volevo chiedere niente a nessuno, mi sentivo un po’ orgoglioso ed ero rimasto anche un po’ ferito dal gesto di Dres, che però stava onorando un accordo. La svolta arrivò da Romek, a quei tempi non era ancora in Black Hand, un esperto conoscitore di Roma e soprattutto dell’Eur dove ogni fine settimana si recava a skatare. Lui mi rivelò l’esistenza di una costruzione nei pressi di una fermata della Me.tr.o e di un famoso spot di Skate. Decisi di approfondire la cosa e un giorno lo accompagnai a skatare, mi mostrò il casotto e il tombino proprio lì fuori, era ben chiuso con un lucchetto; avevo trovato un ingresso, ma non ero di certo stato il primo. Aspettai il buio e pensai di tralasciare il tombino e concentrarmi sulla struttura lì di fianco, formata da un tetto di mattoni e circondata da grate, da questo usciva un forte odore di metro. Con la chiave per stringere i Track dello skate mi introdussi all’interno di questa “stanza” e mi accorsi che ad ogni passaggio di metro una forte getto d’aria veniva da sotto. La pavimentazione composta da grate rimovibili copriva una curiosa struttura di compensato nero di fuliggine, rimossa una grata metallica quindi mi trovai di fronte a queste curiose pennellature simili ad un cubo di Rubik, estrassi il primo strato, e subito sotto un secondo, tolsi anche quello e piano piano andavo sempre più in profondità, era un cunicolo largo 80cm circondato da pareti di compensato. I piedi e le mani erano reciprocamente impegnati a rimuovere il pannello successivo e a tenersi forte alle pareti laterali evitando di premere su quella sottostante per paura di franare di sotto. Oramai la curiosità era troppa per non proseguire, ma cominciavano a sorgere dubbi sulla capacità di tornare su, di trovare qualcosa di utile, ma soprattutto quanto avrebbe tenuto quella stanza di compensato che mi circondava. Tolsi l’ultimo dei tasselli e mi resi conto che mi trovavo sospeso nel vuoto a 4m da terra, attaccato alle pareti solo per le gambe e le mani, rimisi a posto l’ultimo tassello e cercai una via laterale! Cercai di andare per orizzontale e non più verticale. Tolsi altri 3 pannelli prima che tutti i miei dubbi furono risolti. Mi trovai su una piattaforma metallica posta a mezz’aria proprio sotto al tombino sigillato. Avevo aperto un passaggio laterale secondario al tombino. La scoperta fu sensazionale, forse uno degli ingressi più surreali mai trovati a Roma, detto anche da chi ci entrò successivamente. Tornai su con non poche difficoltà, rimettendo al loro posto tutti i tasselli rimossi, ricostruii tutta la struttura, chiusi la grata sul pavimento e rimisi al suo posto anche quella della casetta, tutto come prima. tornai a casa a 4m d’altezza dalla felicità. il giorno successivo raccontai tutto a Dres e lui non ci mise molto a confidarmi che avevo trovato un ingresso alternativo al posto in cui Howen lo aveva portato. Gli chiesi allora di accompagnarmi, lui sapeva com’era sotto, ma decise comunque di non tradire la parola data a H. Oramai ero deciso e desideroso di andare, decisi di portarci Slim (a.k.a Brus) che in quel periodo frequentavo molto spesso. Presto accadde una cosa strana, il tombino che prima era chiuso con un lucchetto fu completamente saldato da fuori e da dentro, segno che qualcosa di poco positivo era accaduto. Decisi di far calmare le acque. Non ci crederete la volta successiva ci tornai con Howen, soddisfatto del fatto che stavo portando io Lui e non Lui Me. Tenni quell’entrata immacolata, rimettevo sempre tutto in ordine, sarebbe durata per sempre! Ma qualche anno dopo ebbi una disavventura a Magliana, “la scossa” per intenderci, che mi impedì di ridipingere la Metro. Quella scoperta fu la cosa più magica della mia breve ma intensa esperienza in Metro. Negli anni seppi che il posto era stato scoperto e che ovviamente era “saltato”, perché la gente si fa prendere della foto di tanto e subito e i posti saltano. Era una “chicca” per pochi! Z.
La prima volta che ho dipinto la metro a Roma è stato nel ’99.
Ero partito da Milano insieme a Rocks dei FIA, e siamo riusciti a portarci a casa un pannello sulla
linea B.
Da quel momento in poi sono venuto a Roma molto spesso insieme ai miei compagni VMD70’S.
Ai tempi eravamo un po’ arroganti, venivamo il weekend, trovavamo i posti da soli e tornavamo a
casa con dei bei whole car, anche doppi o tripli, come bottino.
Col tempo siamo venuti in contatto sia con Poison che con gli ARF, con i quali abbiamo iniziato a
dipingere quando venivamo in trasferta.
Con gli ARF, in particolar modo con Kotone e Poe, si è pian piano instaurato un bel rapporto: per
un paio di anni o loro erano a casa mia a Milano o eravamo noi giù a Roma.
Abbiamo fatto un bel po’ di danni insieme; abbiamo dipinto, bevuto, mangiato e fatto saltare un po’
di pannelli qua e la… 🙂
Nel 2005 mi sono trasferito a Roma in pianta stabile, ed il sodalizio con gli ARF è continuato.
Negli anni sono entrati nella loro crew anche Pung e Neor, che insieme a Kotone sono stati i miei
partner preferiti per le azioni in metro. Inoltre abbiamo anche abitato per diversi anni insieme e
questo ha sicuramente alimentato lo spronarci a vicenda ad essere super produttivi, ignoranti ma
anche metodici ed organizzati.
Ricordo una sera in cui volevamo dipingere a tutti i costi: in quel periodo dipingevamo in un layup
della metro A dalle parti dell’Appia. Quella sera trovammo il tombino totalmente saldato e non
avevamo dietro nessun tipo di attrezzo che potesse aiutarci ad aprire.
Conoscevamo un altro tombino un po’ più distante che non aveva però scala per scendere, motivo
per cui non lo avevamo mai preso in considerazione. Ma quella sera eravamo troppo carichi per
tornare a casa, così ci siamo messi a cercare qualcosa che potesse fare al caso nostro.
Siamo capitati per caso davanti ad un campetto da calcio, credo di un oratorio, e abbiamo pian
piano tagliato via tutta la rete della porta da calcio.
Siamo tornati al tombino e, fissando salda la rete, l’abbiamo usata per calarci giù.
Arrivati nel mezzanino ci aspettava però una brutta sorpresa: tra noi ed il treno c’era un muro con le
ventole di areazione che giravano. Non avevamo modo di dipingere. Vedevamo il treno, attraverso le fessure delle pale, a pochi metri da noi e non potevamo toccarlo.
Siamo tornati a casa sconfitti, ma la sera dopo siamo riscesi attrezzati: non potevamo darla vinta ad
una cazzo di ventola.
Abbiamo bloccato le pale con due barre di ferro da cantiere ed ci siamo messi pian piano a svitare,
con le braccia tra le ventole, tutti i bulloni che tenevano l’impianto d’areazione ancorato al muro. Tra
l’altro qualcuno di noi era rimasto fuori a fare da palo ed è anche stato fermato da una volante… che
ovviamente non si è accorta di nulla!
La cosa complicata, una volta smontato il tutto, è stata riuscire a spostare la ventolona dal muro,
pesava tantissimo e trascinandola riuscivamo a spostarla di pochi centimetri alla volta. E’ stata una
faticaccia assurda, credo che tutto questo “gioco” di smontare e spostare sia durato tre ore buone.
Eravamo esausti, ma alla fine abbiamo vinto noi: il muro adesso aveva un fantastico buco che ci
permetteva di passare.
A pochi metri c’era il treno che dormiva. Noi abbiamo dipinto piano per non svegliarlo.

Ciao Mathieu! Qualcosa l’ho trovato, in un cassetto impolverato che non aprivo da anni.
aprendolo ho percepito il tempo cristallizzarsi attorno a me: ho ritrovato gli album dei tempi in cui i graffiti per me erano vita, espressione di tutto quel caos che avevo dentro nella fase di crescita. Son rimasto in adorazione, aspettando quasi il momento giusto per aprirli, con un sorriso ebete dipinto in faccia.
I primi album di foto mi han stupito: non li ricordavo proprio. Per assurdo, vedo davanti ai miei occhi foto di persone, e non graffiti: è tutto chiaro!.
Tutto quel colore, ha avuto come lascito più importante una parte umana decisamente superiore a quella creativa.

primi anni novanta: gli anni del liceo, della musica grunge sparata al massimo dai walkman. I miei primi passi nel mondo dei graffiti, con lo zaino di scuola sempre pieno di spray, spruzzandoli per la prima volta in giro.
con la fine degli anni novanta e l’inizio del duemila, tra la Roma Lido ed i Roma nord, gli amici onnipresenti, e quelli che non ci sono piu, nasce la crew e cresce l’amore spasmodico per la metro A.
Guardando quelle facce da coglionazzi che avevamo pressocchè tutti, mentre iniziavo a sfogliare quegli album andando avanti negli anni, capisco che probabilmente non riesco a visualizzare, mezzo graffito, senza automaticamente pensare al COME siamo arrivati a farlo.
All’ansia condivisa, alla sensazione di invincibilità provata quando riuscivamo a seminare la security, agli spari della polizia.
A tutti i tombini aperti, alle yard vergini, alle discese stile gatti su quelle scalette strette e arrugginite;
a tutti i muretti e reti scavalcati, per arrivare finalmente a vedere loro: i treni. Quelle nostre amate tele, non sempre bianche, che avrebbero sfrecciato per la città portandoci con sé, belli in vista e noncuranti di quella gente che ci definiva vandali. Solo perché la nostra non era considerata arte, ma robaccia di strada. Per noi? Il risultato di un insieme di emozioni, dalla paura, al senso di potere; del cazzeggio, di amicizie senza tempo, che quasi tutti noi ci portiamo dietro, nonostante la maggior parte abbia superato i quaranta da un po’.
Incontrarsi è sempre bello, è come se non fosse passato un giorno, consapevoli che in mezzo a quei colori, ci sono le nostre trame.

Per un periodo ci coprivamo spesso le metro con REPS, poi un giorno ci siamo incontrati a stazione Termini e abbiamo deciso di comune accordo di non crossarci più a vicenda. Poi però una notte nel lay-up di Anagnina io e STAM stavamo finendo un wholecar sotto al quale c’era un altro wholecar di REPS e con qualcun altro, e lui è sceso in tunnel ed è venuto dritto verso di me, così ho iniziato a chiedergli scusa perché ero sicuro che si fosse reso conto che lo avevamo coperto, lui ha sgranato gli occhi ed andato su tutte le furie. Abbiamo litigato finendo quasi alle mani, è stata una notte d’inferno. Poi ci siamo re incontrati da Frasca (…) ed ho pensato che ci saremmo menati a quel punto, invece ci parlammo e finì tutto bene.

Andavo spesso al lay-up di Anagnina ed entravo dal tombino intorno al quale c’era una rete abbastanza alta. Due giorni prima avevo dipinto ma era un periodo in cui si scappava spesso, quella notte andai lì con WENT e OTKES, e io mi stavo facendo un wholecar quando vediamo il security che ci viene incontro e dunque siamo saliti sulla scaletta e WENT con la testa ha alzato il tombino, appena si è aperto altri metronotte gli hanno puntato la torcia in faccia e si sono messi a ridere. D’istinto WENT si è lasciato cadere e ha creato una reazione a catena facendo cadere anche noi due, non sapevamo cosa fare e ci siamo nascosti in un’anticamera pensando che ci avrebbero preso, invece dopo alcuni momenti per noi interminabili, ci riaffacciamo in tunnel e vedemmo il security che prima stava venendo verso di noi che stava tornando verso la stazione. Decidemmo di camminare verso la fine del tunnel, che per noi fino a quel giorno era tabù, arrivammo fino ad una grande scala a chiocciola, aprimmo una porta e ci ritrovammo in una stanza piena di lucette rosse. Andammo a tentoni finché non trovammo l’uscita: ci ritrovammo davanti al G.R.A. dove sfrecciavano macchine a tutta velocità, ci abbracciammo e continuammo a correre. Eravamo salvi!

Eravamo ancora dei bambini quando iniziammo ad uscire con i vari LAK, NOER e REIN. Avevo appena undici anni e stavo prendendo la metro per andare a scuola quando il convoglio si fermò davanti a me: N N N N N N. 
Nessuno di noi aveva mai scritto in metro, ma quelle enne scritte alla rovescia non potevano essere che sue, così quando tornai a casa per pranzo presi il telefono e lo chiamai. Mi raccontò che aveva visto la metro parcheggiata nel lay-up di San Giovanni mentre andava a casa della madre è così quella sera senza pensarci su troppo, le aveva detto che andava a comprare i cornetti ma fece una piccola variazione di percorso durante il tragitto. Era sceso in stazione con due spray nascosti nelle tasche e aveva camminato fin dentro al tunnel, poi si era fermato alcuni minuti facendo finta di pisciare e visto che non era arrivato nessuno, aveva fatto alcuni throw up prima di tornare a casa con i cornetti caldi. 
NOK aveva 12 anni. Io 11. Rimasi incredulo!
Nel periodo successivo anche i ‘grandi’ del nostro gruppo iniziarono ad andare in metro e visto che era lui ad aver scoperto il posto lo portavano con loro, mentre io rimasi a bocca asciutta ancora per un paio d’anni, finché non conobbi INOX.
All’Hip Hop Discount avevamo sentito altri writers parlare di un tombino a Colli Albani e il mio socio che aveva qualche anno in più di me si era appostato alcune notti finché non aveva capito come entrare, così quando dipingemmo la prima volta facemmo insieme un wholecar colorato!
Scendemmo lì molte altre volte, ricordo persino una fuga rocambolesca finita con il tombino chiuso in faccia al security che mi aveva inseguito fin sopra alla scala a pioli, ed ogni volta il giorno seguente andavamo in stazione ad aspettare l’arrivo della metro con i nostri graffiti sopra.
Non davamo importanza alle foto, in fondo stavamo solo giocando e rimanevamo pur sempre dei bambini.

2006 - 2010

17/12/2007

Una data qualunque.. ma quella mattina dipinsi per la prima volta la metro B,
ad oggi mi rendo conto che ho creato un mondo mio.

I graffiti mi hanno aiutato a crescere in un momento molto particolare della mia vita,
facendomi rendere conto che tutto cio’ che si ha in mente e’ realizzabile,e se si e’ in gruppo, ancora meglio.

e poi che dire… Poter dipingere la metropolitana di Roma mi ha fatto scoprire posti,azioni e sensazioni uniche.
Do’ il massimo quando posso, e cerco di dare una mano alle persone che ritengo valide che ogni tanto si spengono, come capita a tutti d’altronde quando si ha una vita.

Penso che ognuno che dipinga la metropolitana abbia vicende da raccontare,
Nel corso degli anni mi sono reso conto che chi non e’ di questo mondo…
puo’ stare dietro la linea gialla di “sicurezza” 🙂 .

Non ero lì perchè mi piaceva ancora davvero fare quella cosa, mi sentivo costretto ad assecondare un bisogno, che bisogno più non era.
Sì, avevo trovato altre scappatoie, altre rare soddisfazioni, modi di incanalare l’impegno e la mia voglia di sfuggire a una quotidianità scontata, ma ogni tanto ci ricascavo…
Nel pomeriggio avevo prenotato un volo per Berlino, di lì a poco avrei fatto 30 anni.

Sentivo di perdere me stesso, mi sentivo più vulnerabile in seguito a quell’incidente che mi procurai scavalcando il muro dell’ Ex Dogana, un vecchio scalo ferroviario nei pressi di San Lorenzo trasformato in discoteca; dopo essermi rialzato da una brutta caduta presi dell’MD che mi ero nascosto nel calzino e non sentii più il dolore, ballai tutta la notte.
Non so a cosa fosse dovuto questo enorme senso di vuoto, mi ero lasciato convincere che le passioni sociali, quelle accettate, potessero diventare anche le mie.
Ho sempre desiderato essere normale e finalmente ci stavo riuscendo. In quel periodo iniziai a seguire eventi culturali, opening di mostre, feste, degustazioni enogastronomiche, festival del cinema, presentazioni di bandi della regione, avevo spesso un pass per il backstage o qualcuno che mi mettesse in lista.
A volte a fine serata capivo che non mi ero divertito e guardandomi nello specchietto retrovisore della macchina, fermo al semaforo di ritorno a casa, non mi riconoscevo.
Il ragazzo dei binari stava sparendo e con lui anche tante emozioni pure, che non si sentiva più in grado di vivere.
Pensavo fosse ora di crescere, ma intanto andavo alla Coin o alla Rinascente a rubare.
Parlando con la commessa mi mostravo sicuro di me, il mio outfit da uomo mi faceva sentire disinvolto e uscendo dall’entrata principale del negozio con le vetrate lucide ringraziavo il consierge per avermi aperto la porta, lo fissavo negli occhi e indossando un doppio strato di maglione ancora con l’etichetta, nel passare il metal detector mi riuscivo a sentire ancora vivo.

Linfa vitale, quella che provo nel tornare bambino: l’epilogo di tutto risiede in questo bisogno.

Prima di iniziare a dipingere Riccardo mi offrì della cocaina. Gli passai 20 euro arrotolati e in mezzo ai rovi che ci separavano dal treno lui tirò fuori il cellulare dalla tasca inclinandolo orizzontalmente sulle ginocchia, la tastiera illuminò il suo viso di un colore freddo tendente al blu. Riccardo fece cadere la polverina bianca sullo schermo e dopo avergli passato la tessera sanitaria mi allontanai nell’oscurità accompagnato da una sensazione emotiva di purezza.
Nel camminare sulla linea metallica dei binari stavo attento a non fare rumore. Visitando dopo tanti anni quel posto in cui ero andato per la prima volta da adolescente mi feci accogliere da tutta la sua asetticità, mista ad un sottile calore che ci rese complici.
Erbacce cresciute senza regole scandivano il passare degli anni, mettendomi a confronto con una foresta intricata con la quale dovevo nuovamente familiarizzare. Ebbi chiaro che per quanto le persone ed i posti possano cambiare, le radici restano le stesse e per riconoscersi di nuovo, è necessario scavare.

ERGO SUM 

                                                                “meglio regnare all’inferno, che servire in cielo” 
                                                                                                      (J.Milton Paradiso Perduto) 

Sono nato in un luogo dove le cose erano in un certo modo e non potevano essere in nessun altro. L’arroganza del giusto si ripeteva ogni giorno uguale a se stessa, non c’era spazio per alcuna singolarità. Quella normalità nevrotica, auto elettasi a dogma, toglieva il respiro e mostrava quanto la rigidità fosse compagna della morte. 

I graffiti, al contrario, esprimevano tutta la freschezza dell’esistenza: passioni arbitrarie, libere dall’utile. Gente pronta a dare fuoco al mondo, solo per vederlo brillare di più. Mossa da un edificante rancore verso un avvenire prevedibile, stufa di essere spettatrice, spinta da un febbrile senso di appartenenza col tessuto urbano. Lacerandone le superfici come parassiti, con una bulimia e una violenza pari solo a quella della routine. Tante solitudini che s’infuriavano per dimenticare la propria insignificanza, cercando una misura nell’incertezza.  

In questa mitologia sotterranea, ho cercato altri padri e ucciso vecchi maestri. Nel buio mi sono conosciuto. 
Ho costruito un’altra narrazione di me. Ho trovato un rifugio dall’angoscia, protetto, appartato.
Bruciavo di rabbia e inconsapevolezza e vagavo senza pace. Clandestino. Nei sentieri nascosti dei ventri caldi delle città.
Distruggere per rinascere. Prendere senza chiedere. Con lo stesso appetito di uno schiavo liberato che ora vuole tutto. 

le monde est a nous.
Il periodo post adolescenziale dove uno scopre i propri limiti e quelli degli altri, é un momento prezioso della vita. Poi per uno cresciuto in un paese piccolino pieno di guardie e inchieste di polizia, la scoperta di Roma é una cosa indescrivibile. « l’America sta qui veh chicco?» come mi disse la signora Frasca. Eccome… Eravamo come animali rabbiosi abbandonati a noi stessi in mezzo a sta giungla che é Roma. Ho sempre lavorato e quindi ho sempre dovuto mantenere una doppia vita, di giorno dr.J e di notte mister pung. Dopo il lavoro non c’erano limiti. Ero assetato di libertà pura. Feste techno o punk, droghe, vandalismo e risse. La metro ha marcato la storia mia e rifletteva bene la mia mentalità di allora; zozza, violenta e rumorosa. Giovani schegge impazzite prendevamo i posti che il nostro ambiente ci lasciava o che venivano da noi sottratti con prepotenza. Aprire tombini e scrivere su quei vagoni carichi di storia mi riempiva d’orgoglio. I graffiti erano un fattore importante delle nostre giornate, ma per me facevano parte delle mille avventure quotidiane. Provavo quel brivido unico a fare esattamente come me pareva anche anche se si trattava di gesti brutti perche alla fine, « se non je sta bene a qualcuno… che me lo venga a di ». Gli anni sono passati e in pochi c’hanno detto qualcosa, ma la vita e la strada mi hanno fatto crescere e adesso quando vedo un pischello che je rode er culo e che vuole fà sanguinà Roma, sorrido e me ricordo.

Non mi è mai piaciuto andare in giro con writers famosi e per lo più ho condiviso le mie esperienze con pochi amici, ed andare a dipingere un treno era un modo per entrare in sintonia con loro, stando attenti ad ogni particolare. Indipendentemente da come sarebbe andata poi l’azione, per me andare a dipingere in un deposito prevedeva che ogni cosa doveva essere perfetta, così quando un giorno KEROS mi disse di andare a fare la metro, ci fu una lunga gestazione: per ben tre volte non dipingemmo, perché non ci sentivamo sicuri e ricordo che rimanemmo tre notti intere nascosti vicino allo 09* a guardare e a studiare i movimenti dei security.
In quel periodo non c’era molta gente attiva in metro e ci capitava di portare alcuni stranieri che venivano a Roma espressamente per dipingere la metro, così quando un pomeriggio mi chiamò KEROS dicendomi che a Roma c’erano DEREK e SENIOR, e visto che il mattino seguente dovevo andare a lavorare presto, decidemmo di provare Magliana verso l’imbrunire nonostante non fossimo mai entrati in quell’orario, il che non mi faceva sentire molto sicuro, ma loro insistettero. Il sole stava calando e la situazione era apparentemente tranquilla, i ragazzi bulgari avevano con loro una borsa con una serie di telecamere con cui riprendere le azioni perché stavano facendo un video di graffiti, appena fummo entrati, ci trovammo due metronotte alle nostre spalle ed uno ci sbucò da davanti: eravamo nel bel mezzo di un’imboscata!
Non potevamo uscire, così iniziammo a correre nel deposito, KEROS mi disse più tardi di essersi nascosto sotto ad un treno per poi scavalcare il muro di cinta davanti ai carabinieri, mentre noi corremmo verso la stazione di Magliana ma ci ritrovammo un security in mezzo ai binari che provò a fermarci e DEREK lo spinse per terra, continuammo a correre quando all’inizio del nuovo deposito un altro addetto alla sicurezza uscì da un gabbiotto con la pistola in mano intimandoci di fermarci e sparando un colpo in aria: i due stranieri erano nel panico ed io preso dall’adrenalina iniziai ad urlare contro di lui e a dirgli che era un matto, quello nel frattempo chiamava rinforzi e una macchina con altri due security si fermò sotto al cavalcavia sul quale ci trovavamo, uno di loro dopo aver scavalcato la rete iniziò a correrci dietro per alcune decine di metri: riuscimmo a nasconderci nel deposito delle cassette e rimanemmo immobili per un lasso di tempo che ci sembrò interminabile, guardavamo le volanti passare su via Portuense e ci incamminammo verso la stazione, aspettammo che un treno della Roma Lido ci coprisse per correre ed infine scavalcare sulla banchina della stazione Magliana: SENIOR iniziò a tremare, credo che ebbe un attacco di panico e dovemmo stenderlo per terra dove iniziò anche a vomitare, intanto un altro treno entrava in stazione, ci salimmo ed arrivammo finalmente a Piramide dove fummo definitivamente salvi. 



*nel deposito della metro B di Magliana ci sono una serie di gabbiotti numerati che sono dislocati lungo tutto il perimetro

2011 - 2015

Il fratello di una mia compagna di classe delle medie faceva i graffiti e mi aveva raccontato delle storie su TANA e sui vari writers di Roma nord, che era la parte della città in cui vivevo. Così durante le vacanze andai con RAND a Viterbo e dipingemmo un vecchio modello delle ‘nord’, ma solo un paio di anni più tardi capii cosa era veramente la metro. In quel periodo non dipingeva nessuno a parte POISON, CRONZ e BITAS che veniva da Madrid, e i miei amici continuavano a dirmi che dovevamo dipingere in B, io non me la sentivo e rimandavo sempre finché una mattina alle cinque andammo a Magliana e dipingemmo insieme a tutti gli FTR. Uscimmo dal deposito e andammo a festeggiare con cornetto e cappuccino prima di andare a scuola.
Fu la prima di una lunga serie.
Alcuni anni dopo con STAN eravamo fomentati dall’interrail che si era appena concluso, e ancora con gli zaini in spalla, andammo a prendere la metro per tornare a casa e dall’altoparlante sentimmo una frase che ci sembrò magica: ‘ricordiamo ai passeggeri che sulla metro B, causa lavori, il capolinea per i prossimi tre giorni sarà Castro Pretorio!’. Non credevamo alle nostre orecchie, e ci demmo appuntamento quella sera stessa. Qualche ora dopo stavamo scendendo dalle scale di emergenza che portano direttamente nel tunnel dove era parcheggiato il convoglio, ma una volta sul posto con nostro disappunto ci trovammo davanti a un Caf, un treno tutto nuovo e bianco, molto diverso dalla vecchia metro B che ci aspettavamo. Non dipingemmo. Decidemmo di tornare la notte successiva ma purtroppo la musica non cambiò. Quello sarebbe stato il capolinea ancora solo per un giorno ed erano arrivati a Roma ERPES e ZOOW insieme ad alcuni francesi, così decidemmo di dirlo a più gente possibile: quella sera qualunque modello ci fosse stato lì sotto, noi lo avremmo dipinto!
Era una B vecchia ed eravamo cosi tanti che dipingevamo da entrambe i lati del treno. Stavo facendo un wholecar insieme a STAN quando venne da me ERPES dicendomi che aveva visto delle persone che si erano affacciate in stazione, cosi gli dissi che mi sarei sbrigato e sarei andato in punta a fare il palo.
Andai a vedere a che punto stavano gli altri e vidi che POISON aveva appena iniziato a riempire, cosi dopo aver appurato che in fermata non si vedeva nessuno andai a finire il mio pezzo, ma poco dopo ERPES tornò dicendomi che alcuni pulitori stavano venendo verso il treno, cosi andammo insieme a controllare, ma non c’era nessuno e il silenzio era assordante. ‘Fermi o sparo’ all’improvviso da in mezzo ai due vagoni era sbucato un security e subito dopo dalla punta del treno ne uscirono altri due!
Iniziammo tutti a scappare e sentivo che uno di loro era a pochi metri da me, dovevo correre più veloce possibile. Non ho mai capito se i metronotte sparano proiettili veri o a salve, ma il frastuono che fece quello sparo in tunnel non lo dimenticherò mai.
Avevo il cuore in gola quando superai la fine del treno e non mi resi conto del gradino sul quale inciampai volando per alcuni metri, mi girai pensando ormai di essere acchiappato ma mi resi conto che quello dietro a me in verità era STAN e d’istinto mi accovacciai sotto alla banchina di ferro. Alcuni istanti dopo vidi un security inseguire gli altri e poi vidi POISON corrergli dietro! Sentii varie urla e alcuni minuti dopo il metronotte tornò camminando sulla banchina sotto alla quale mi trovavo, mentre gli altri erano a soli tre metri da me, ma non mi videro.
Non potevo far altro che rimanere immobile ed ascoltare le loro conversazioni. 
Dopo essersi resi conto che nessuno si era nascosto sotto al treno, raccolsero tutti gli spray e andarono via. Io aspettai che ricominciasse il servizio per potermi mettere in metro e farmi portare in salvo.
Oggi i vagoni vengono puliti rapidamente e altrettanto rapidamente gli autori  pubblicano su Instagram e sui vari social i loro graffiti, mentre all’epoca passavamo pomeriggi interi seduti in banchina a veder passare convogli tutti scritti perché a Roma la metro girava e potevi vedere un tuo pezzo anche alcuni anni dopo averlo dipinto.
Era questo la grande bellezza.

 

E’ complicato spiegare l’attrazione morbosa che noi writers abbiamo per la metropolitana. Sarà il fatto che quello che facciamo si è sviluppato principalmente su questo supporto, saranno le atmosfere dei luoghi in cui viene dipinta, le difficoltà che si incontrano nel dipingerla, i rischi o il semplice fatto che il nome attraversi la città da parte a parte. Non sono mai riuscito a comprenderlo appieno.

Quello che so per certo è che questa cosa mi ha fatto provare esperienze uniche e indescrivibili,mi ha spinto a superare i miei limiti e ad affermare me stesso come un’entità viva e presente in questa società che sempre più prova ad omologarci. Delle volte la realtà che viviamo mi porta a pensare di aver sprecato fin troppe risorse coltivando questa passione; magari avrei potuto usare tutto quel tempo e quelle energie in maniera più costruttiva… ma costruttiva per chi?

E’ quello che sentivo di fare, molto più che un semplice bisogno,molto più che un passatempo. Era sentirsi vivi davvero, è la base, di che altro puoi avere così tanto bisogno?

Quando scendo in stazione o riguardo le foto allora qualcosa in mente sul “perché” mi viene: fanculo! Sono vivo,non sono un numero.

Stavamo entrando nel deposito di Magliana dai campetti di calcio ed alcuni erano già in linea a spizzare che tutto fosse tranquillo quando ad un tratto il guardiano del centro sportivo capì che c’era qualcosa che non andava e venne verso di noi, nello stesso momento il caso volle che anche il security della metro stava passando da quelle parti e quindi ci ritrovammo tutti bloccati e nascosti sotto alle siepi intorno al muretto che divideva la yard dai campi. Quella sera volevamo fare un video e avevamo portato con noi due cameraman e alcuni fotografi, POISON era vestito di tutto punto con un lungo cappotto di pelle nera e con un bel paio di stivali lucidi perché avrebbe dovuto fare un end to end BLACK SABBATH, invece dovemmo rimanere immobili parecchio tempo, fino a quando arrivarono i carabinieri. A quel punto uno di noi istintivamente scappò facendo molto rumore ed attirando le luci delle torce verso la nostra direzione, noi non potevamo scappare perché eravamo troppi e rimanemmo tutti immobili mentre sentivamo i passi dei gendarmi a pochi metri da noi. Ad un certo punto uno di loro che si trovava molto vicino a noi disse: “Andiamo via che tanto qui non c’è nessuno”, eravamo tutti euforici ma dopo qualche secondo sentimmo armarsi il caricatore di una pistola e lo stesso carabiniere ci intimava di alzarci con le mani in aria “state tranquilli e non vi succede niente” ci disse. Ci alzammo e come da prassi iniziarono a farci le domande di rito: “cosa sono questi spray?”, “a cosa vi servono le telecamere?” e ancora “volevate dipingere la metro, vero?”, io tranquillamente risposi al carabiniere che eravamo lì solo per fare un graffito sul muro che si trovava sotto al campo di calcio e che volevamo dedicarlo alla ragazza che aveva appena lasciato Il mio amico “guardate come si è vestito e come è ridotto male”. Gli spiegai che così avrebbe potuto forse riconquistarla e che mai ci saremmo sognati di dipingere la metro! Dovevamo essere così buffi e mal assortiti che ci credettero e ci lasciarono andare via…

“Certo che te di tutti noi fissati coi graffiti così tanto sei l’unico che ha un background normale, senza casini in famiglia o situazioni del cazzo alle spalle!” Quando Trota mi ha fatto notare questa cosa sono tornato a cercare una risposta a questa domanda da cui sono scappato per anni.
Perché lo faccio?
Per dimostrare a me stesso che posso farlo? Per provare emozioni forti e sentire quel brivido che solo l’adrenalina può darti? Per creare qualcosa di speciale?
Sicuramente tutte queste cose sono parte della risposta ma può essere solo questo? Può bastare a giustificare le mille situazioni di discomfort estremo in cui mi sono ritrovato, i rischi corsi, le migliaia di euro gettate al vento, il tempo perso e gli acciacchi fisici che mi porterò dietro per sempre?
So che sono diverso dagli altri, non capisco bene le dinamiche relazionali delle altre persone e non sono mai riuscito a comunicare nel migliore dei modi al prossimo i miei sentimenti e stati d’animo. Col passare degli anni è semplicemente risultato più semplice confrontarmi con lei, la metro di Roma; per me ci è sempre stata ed ogni volta che succedeva qualcosa di bello volevo condividerlo con lei, ogni volta che succedeva qualcosa di brutto lei era li che mi chiamava e mi diceva che non dovevo preoccuparmi. “Ci penso io a te! Andrà bene!” ed io l’ho sempre lasciata prendersi cura di me, leccarmi le ferite. è come se quei tunnel, quelle atmosfere tetre e spaventose ai più fossero la mia unica dimensione, l’unico posto in cui non sentirmi fuoriluogo e Lei era li ed era l’unica a capire realmente di cosa avessi bisogno tutte le volte.
Probabilmente se tutto l’impegno che ho messo nel cercare di trovare il modo migliore per domare quei giganti di metallo l’avessi impiegato nel realizzarmi professionalmente o in qualsiasi altro campo adesso la mia vita sarebbe ad punto diverso ma non era quella la mia strada. Che vi devo dire? Che esiste sensazione più bella per un ragazzo di 20 anni che vedere arrivare in stazione un wholetrain realizzato insieme a quelli che erano i suoi idoli da piccolo o che qualcosa ti farà battere il cuore alla stessa maniera di quando sei nascosto sotto una metro con i security che ti cercano e l’unica cosa che puoi fare e sperare che non decidano di controllare proprio in quel punto? Non è così per me, vorrei che lo fosse ma anche a distanza di anni non ho ancora trovato nulla che abbia lo stesso valore.
Ho vinto tantissimo scegliendo di seguire questo percorso, amici che ormai sono la mia famiglia, un bagaglio di esperienze enorme e che posso rigiocarmi in qualsiasi ambito della mia vita e la consapevolezza che con l’impegno, la perseveranza e la dedizione posso raggiungere qualsiasi obbiettivo che mi pongo; ho perso altrettante cose ma alla fine dei giochi posso dire che ne sia valsa la pena, non credo siano tante le persone che possano concordare con me ma va bene lo stesso. Le esperienze che ho vissuto hanno formato la persona che sono oggi e se affronto la vita con spavalderia e consapevolezza dei miei mezzi il merito lo devo in gran parte a Lei. La metro di Roma.

Le prime volte che andavo con Runa e Stan ad anagnina ci facevamo la prima metro che parcheggiavano, e poi scappavamo dopo appena 3 minuti quando arrivava il treno successivo, da quei giorni del 2009 sono passati undici anni e Anagnina e cambiata.
per molto tempo dopo quel periodo nessuno ci andava, la Metro A non girarva dipinta e rimaneva appanggio di pochi appassionati della linea, andavamo spesso di notte con Rebus, aprivamo il tombino, dipingevamo per poi trovare il tobino saldato il giorno dopo. Aspettavamop giorni adirittura settimane per tornare e dipingere di nuovo.
Io e rebus abbiamo condiviso tanti ricordi preziosi e momenti divertenti in quel posto come il giorno in cui, mentre Rebus stava cagandio nel bagno da cui si accede al tunnel un sicurity arrivo e lui dovette salire di corsa con i pnataloni alle caviglie e i pezzi di stronzo che gli cadevano dal sedere.
E ricordo anche i giorni in cui tutto cambio, nel 2014 quando la crisi economica colpi l’italia quasi al pari della Grecia, l’Atac non aveva piu soldi per pulire e le cooperative a cui spettava la pulizia dei vagoni fallivano una dopo l’altra.
Comnciai ad andare ad Anagnina sempre piu spesso e i secutity per qualche ragione smisero di sigillare il tombino per lughi periodi, In quel periodo ci andavo a tutte le ore del giorno dalle otto del mattino alle sette di pomeriggio sapevo tutti gli orari e il mio unico obiettivo era quello di dipingere piu metro possibili.
Lasciavo un secchio di vernice sotto la banchina in tunnel e scendevo solo con gli spray per sfondo out e luci. Ricordo ancora quando andavo a trovare mia madre in ospedale a TorVergata, nascondevo gli spray nello zaino per non darle preoccupazione e appena uscito da quell’incubo andavo ad Anagnina in tunnel o Osteria, avvolte solo altre con amici non impartava in quel momento ne avevo bisogno e quel tunnel rappresentava la mia isola felice il posto in cui le regole e le preoccupazioni del mondo reale non avevano posto, poi ci fu la guerra.
Dopo poco tempo che la metro comncio a girare dipinta e l’avarizia prese il sopravvento un writer che dipingeva dall’altro lato della linea decise che nessun altro writer avrebbe dovuto piu dipingere e che il “gioco” dei graffiti sulla metro fosse qulcosa di solo suo e basta, comincio a crossare ogni pannello sulla linea rendendo ogni sforzo di creare qualcosa di bello vano, sputo in faccia ad ogni writer che si era guadagnato il rispetto col sudore e facendo la storia e i graffiti a Roma si avviarono verso una fase di decadenza, in cui non importa piu il rispetto lo stile l’amicizia ma solo i numeri, la violenza, il controllo del territorio, la megalomania.
Forse Anagnina e cambiata o forse sono io ad essere cambiato, quel posto e quella cultura non rappresentano per me ormai uno stimolo sufficiente scatenare una guerra, non sono piu motivato alla stesso modo, e anche se quel posto non e piu “mio” oggi ancora quando passo li davanti a quel campo e vedo quel tombino mi emoziono e penso ai bellisimi momenti passati li sotto che nessun Don Chiquote di turno sara in grado di strapparmi via l’unica cosa che in fondo veramente rimane di tutto questo dipingere e fare foto sono ricordi e i bei momenti passati in quel tunnel, per ogniuno diversi.

prendete quelle scopate lunghe come giornate, prendete quelle serate d extasy che vi fanno toccare le stelle… i graffiti per me sono questo, emozioni.

la metropolitana è la superfice che te la rende forte quest emozione, ti lascia sensazioni pazzesche quando stai li davanti e sei pronto a disegnarla, non parliamo invece di quando sei fuori la recinzione e guardi il tuo pezzo finito,cazzo.
ti scorrono in testa mille pensieri che distruggono quelli che provi prima di entrare,  il cuore a mille ricopre quei battiti d ansia che percepisci all inizio della missione ,tutto il corpo è in contrasto,fino ad un certo punto che si placa regalandoti una gioia pazzesca che purtroppo finisce dal momento che  ti metti nel letto a dormire.
il giorno dopo sei fregato,perche ormai stai nella ruota e vuoi rivivere tutto quello che hai passato la notte prima,come “quelle scopate lunghissime  e quelle serate drogatissime”

Da ragazzino, per scappare da ciò che la mia famiglia voleva che fossi, ho inventato un nome, per essere qualcun altro, chi avevo scelto di essere.
Ho riempito la mia testa con i migliori modi per ritrovarmi davanti ai vagoni, alla via di fuga più veloce, agli orari migliori; liberandomi così la testa dai problemi che mi coinvolgevano ogni volta che tornavo a casa.
Sorridendo in quella frenetica sensazione di libertà, correndo sui binari tra gli spari dei security, felice perché anche quella volta ce l’avevo fatta.
Notti intere passate nell’ oscurità dei tunnel, in posti improbabili dove solo io sapevo di trovarmi; giornate intere in banchina ad aspettare l’apparire imposto del mio nome alla gente, ancora sporco di grasso, polvere e vernice dalla notte prima.
Tra i colori, i rumori , gli odori; in una continua ascendente affermazione del mio nome che mi ha coinvolto, portantandomi ben presto a voler sfidare sempre di più me stesso, cercando ogni volta nuovi sistemi, per conoscere colori, rumori, odori sempre diversi. Imparando non solo a portare a termine ogni tipo di azione in sistemi totalmente diversi l’uno dall’altro; ma anche a conoscere persone e realtà differenti da quella romana. Nutrendo di volta in volta la mia curiosità e la mia conoscenza.
I graffiti mi hanno portato a superare sofferenza e turbamenti, a dare un senso a notti insonni, portando colore alla mia vita che altrimenti non riesco ad immaginare in quale direzione sarebbe andata; hanno plasmato la mia persona, rendendomi fiero di come ho vissuto fino a questo momento. Per questo non posso fare altro che ringraziare quel nome che scelsi un attimo prima di imprimerlo su lamiera, come per gioco, per ciò che mi ha portato a conoscere e per ciò che mi ha fatto vivere.

Se considerata per estensione superficiale, Roma è tra le città più grandi del continente europeo. Chilometri e chilometri di valli e macchie di verde, intervallate da blocchi di edilizia abusiva, separano i centri della città dalle sue periferie. Di regola chi qui in periferia nasce, in periferia muore. Chi vive nelle zone periferiche del nord, con poca probabilità avrà visto o anche solo sentito parlare dei quartieri che si trovano nei quadranti cittadini opposti al loro. Viceversa, chi viene dal sud della città, difficilmente avra interessi o conoscenze nel quadrante nord, fatta eccezione per qualche pezzo di coca comprato a San Basilio.
A posteriori, uno dei motivi per cui sono più grato di aver cominciato a dipingere è per l’opportunità che i graffiti mi hanno dato di oltrepassare quella barriera, sia geografica che sociale, portandomi ad esplorare i luogi più assurdi e inaccessibili che la capitale ha da offrire. Dal tombino più profondo al palazzo più alto. Constantemente in guerra con l’ATAC e con i Securityservice, nostri (in)degni avversari, e con ogni istituzione che provasse a reprimerci.
Sfasciare i tombini ed esplorare nuovi tunnel e layup era il mio sport preferito. Mi ricordo di una notte fuori una stazione, in cui tornando sbronzi da qualche serata abbiamo incrociato una macchina della sicurezza incustodita. Senza pensarci due volte ci siamo infilati dentro e abbiamo cominciato a rubare ciò che potevamo. Tra gli oggetti sottratti abbiamo trovato un catalogo con le fotografie e la descrizione di ogni singolo ingresso e grata della rete metropolitana di Roma. Per un graffitaro, un manuale del crimine in sostanza. Grazie a queste nuove conoscenze ho scoperto ed esplorato luoghi di cui nemmeno la compagnia della metropolitana ha memoria. Ne è seguito un periodo di missioni in tunnel con end to end, top to bottom, throw-up e pannelli che uscivano freschi ogni settimana. Immaginio che i vigilantes debbano essere rimasti un po’ spiazzati in quei mesi…
In conclusione vorrei rivolgermi a coloro che cercano di eliminarci. Alle istituzioni vorrei dire che tutte le notti fuori dai depositi, nascosti nei tunnel, le fughe dalla polizia e dai security, ci hanno temprato e dato una sicurezza in noi stessi e un’autoconsapevolezza che difficilmente saremmo riusciti a trovare altrove, e che non saranno ne le denunce ne i processi a fermarci. Potete provare a controllarci con intercettazioni e perquisizioni, potete anche pulire i graffiti dai muri e buffare vagoni, ma i graffiti ritorneranno sempre, è la sporcizia che avete addosso voi che non si lava col detergente.

 

Ventate cicliche di quell’odore unico, tipo impasto di marzapane e ferro, caldo e avvolgente, soffiano dall’entrata della galleria da dove i convogli appaiono e dove poi sbuffano via, producendo quel tipico borbottio soffuso, metallico ma allo stesso tempo umano e caricaturale, che sembrano treni a vapore di un cartoon ambientato nel far west. Gioco a chi ride per ultimo incrociando sugli schermi lo sguardo da furbetto di Rubicchio, vince lui, ma ne ha prese tante anche oggi. Domani c’è la rivincita, occhio al portafogli. Dall’altro lato dei binari una ragazza sta aspettando il treno. Magrolina ma lineamenti morbidi, pantaloni neri attillati e una maglietta nera degli Iron Maiden che lascia scoperto l’ombelico, capelli lisci e lunghi e neri a cornice di wayfarer neri che mascherano il broncio. Mi vede, e io allora le sorrido. Tendo un braccio e le faccio il dito medio. Mi sorride, arriccia il naso e me lo rifà doppio, con due mani. Poi si gira e si allontana. Ci ho scopato in un parcheggio a Garbatella dopo qualche whiskey, una sera di un paio di mesi fa. Due piccioni lasciano la merenda a metà e corrono via, incalzati dal prossimo treno direzione Laurentina che sta arrivando. Puntuale rimbomba la voce ovattata del signor atac. Ordini dall’alto impongono di non fidarmi della linea gialla, e come a dargli retta mi vado a sedere dietro, oltre le colonne e i cartelloni pubblicitari, tra le piante e le grate e i mozziconi di sigaretta che non ci sono cascati dentro. Tre tappi di peroni impilati uno sopra l’altro visti di lato sembrano il Colosseo. Big city life, na-na-nà-na, è ora di pranzo e c’è il sole su, e io mangio pizza con la mortadella, girata sottosopra così da sentire meglio il gusto del salato sulla lingua. Uscendo su piazzale dei Partigiani, dalle scalette sulla destra, quella terra di nessuno, di piscio cartacce e muffa, lato stazione FS la via che scende costeggiando il lungolinea, un isolato prima di arrivare su Via Ostiense, c’è uno slargo sul marciapiede e un alimentari che fa angolo. Ed è lì che sono andato a comprare pizza e fanta, sperando che la metro non passasse proprio in quei dieci minuti in cui non c’ero. Bigliettino D15 ed erano ancora al 9, respiravo profondo con il naso, controllando compulsivamente l’ora sul casio al polso. 13 e 19, 13 e 20, 13 e 21. 13 e 22. Un sorriso alla biondina dietro al bancone, quattro spicci di resto in tasca, prima di tornare in banchina. Correndo indietro mi sono perso le monete per terra. 13.26. Saltare i tornelli è più semplice da quel lato della stazione che non dall’ingresso principale. Altre volte invece ho scavalcato dalla parte dei trenini della lido.
In moto continuo, confusione di colori mi scorre veloce davanti agli occhi, intervallata da un paio di spazi ancora liberi, che stremati resistono all’attacco delle vernici. Metro B: porte azzurre cielo limpido, incastonate in opaca lamiera argentata. Semplici scatolette di latta, oggetto e nascondiglio dei nostri sogni a occhi aperti. Compagni di merende, trenini giocattolo. Si fermano solo pochi secondi, come per prendere fiato. E così io, che ho corso tanto per essere lì, confusione di colori i miei tatuaggi mentre corro non so verso dove. Mi scorre davanti agli occhi una lista di nomi e sigle, un sottobosco di argonauti in missione. Io so tutto di loro, ogni sfumatura e contorno e punto luce, chi c’è stato e quando e dove e come e chi ha coperto. Tradizione orale, epica di un mondo di regole non scritte. Metro B: potrei parlarne così, come di un amore corrisposto, come ne ho avuti diversi, ognuno dei quali mi ha dato e tolto e insegnato, e lentamente col tempo ho imparato e mi sono evoluto, e sono diventato meno felice ma più tranquillo. Così sarebbe poetico e una vittoria forse facile, perché ignorerei il lato sanguinoso, subdolo, fatto di rinunce inconsapevoli che si sono accumulate, fino a quasi che rischi di finire prigioniero di te stesso. Io ci sono stato attento però, e infatti ora in fondo mi sento un po’ estraneo a questo ambiente, e diverso da chi si rapporta a un oggetto come fosse una persona, che poi si finisce per rapportarsi alle persone come fossero oggetti. Oggetti, meccanismi collaudati, un po’ arruginiti, come viti ruote e rocchetti sono motore dell’orologio che scandisce e controlla i tempi del traffico ferroviario, in cui gli stessi minuti sembrano riproporsi identici a orari diversi, così che i giorni scorrono lenti ma gli anni veloci, e vanno e vengono quei colori, che poi inevitabilmente svaniscono, e poi magari riappaiono, e poi di nuovo svaniscono. Noi siamo quei colori, sfumati l’uno nell’altro per amore, per odio, per amicizia o per opportunità, anche se spesso sono stato solo il grigio della polvere e del grasso del tunnel di Quintiliani.

Quando avevo dodici anni abitavo vicino a una stazione della metro A e prendevo spesso la metro, che all’epoca era totalmente dipinta. Non immaginavo minimamente cosa ci fosse dietro a quei nomi che riuscivo a malapena a leggere, ma ne sono rimasto da subito affascinato. Ho quindi iniziato a farci sempre più caso, a ricercare sui vagoni e sui muri i nomi che avevo letto. Nel primo anno di liceo, dopo aver conosciuto diversi writer, ho cominciato a fare i graffiti, principalmente per strada e sui muri legali, col pallino fisso di dipingere prima o poi un vagone della metro, quasi come se volessi chiudere un cerchio. Era stata la metro ad avvicinarmi al writing, anche se le strade di Roma in quel periodo erano piene di graffiti. Nel 2006 ho dipinto i primi treni, abbandonando quasi del tutto i muri. L’atmosfera delle yard mi ha stregato immediatamente, mi sentivo molto più coinvolto a livello emotivo, non pensavo a nient’altro, sembrava come se i pensieri e il tempo si fermassero improvvisamente, erano sensazioni che non avevo mai provato nei graffiti. In quel periodo passavo molto tempo nelle stazioni per fotografare i disegni di giorno. A volte ne trovavo più di uno, fatti anche a settimane di distanza l’uno dall’altro, in posti diversi e su modelli diversi. Tutti questi aspetti connessi ai graffiti sui treni mi esaltavano, e poco dopo, una mattina dell’inverno 2008, mi hanno portato per la prima volta a Magliana. È stato un momento davvero speciale che ricordo ancora benissimo. Mentre cercavamo uno spazio dove dipingere passavo davanti a tanti disegni storici, che avevo visto migliaia di volte ma solo dalla banchina, in stazione. Non mi sembrava vero di fare un disegno accanto a molti dei miei idoli. Dopo aver trovato tutti uno spazio abbiamo dipinto più o meno dieci minuti, volati in un batter d’occhio, e ce ne siamo andati alla svelta. Il mio disegno era parecchio brutto ma non me ne fregava niente, avevo realizzato il mio sogno e iniziato un capitolo bellissimo della mia vita, dove ho vissuto grandi emozioni e stretto amicizie che durano ancora oggi.

Una del mio crew in quel periodo si frequentava con MOT, così un giorno decidemmo che saremmo andati a dipingere un taf tutti insieme.
Ci siamo conosciuti così, e da quel momento per alcuni anni siamo sempre andati a dipingere insieme!
In quel periodo non dipingeva molta gente, e a parte alcuni turisti come TISKO e CLET, c’era solo un gruppo di writers che colpiva regolarmente là metro B per lo più a Magliana, erano i vari POISON, RUNA e pochi altri.
Iniziammo ad andare nei vari tunnel e quasi sempre dipingevamo quando i treni erano già accesi. Si viveva in uno stato di alterazione emotiva continua dovuta all’adrenalina che aumentava man mano che ci si avvicinava alla metro, e non importava che fosse di corsa o a carponi nel silenzio più totale: in quei momenti pensavo alle cose della vita quotidiana e tutto mi sembrava piu semplice, più bello. 
Anche quando portavamo qualche amico come ad esempio quelli della mia crew, provavamo a non coprire nessuno, e se lo facevamo era sempre a malincuore.
Non eravamo in competizione con nessuno, semplicemente volevamo fare i graffiti più belli e colorati possibili.
Nel frattempo il mio amico aprì un ristorante con suo padre e io andai a lavorare con lui, e anche se le energie diminuirono, continuavamo a dipingere con una certa costanza finché un altro gruppo di graffitari non iniziò a frequentare i nostri stessi tunnel, facendone ‘saltare’ alcuni: fu come se ci fossero entrati i ladri dentro casa. Eravamo spaesati, stanchi e non volevamo problemi. Ci eravamo guadagnati il rispetto a suon di colori e così decidemmo di essere ricordati.
Tutt’ora scendo le scale di casa con lo stesso passo felpato che avevo nel tunnel.
Odio fare rumore.

2016 - 2020

Una sera decidiamo di andare a piramide, 
Mi passa a prendere a casa il don con illus ed east
Appena arrivati vediamo che c’era lo stesso treno dipinto da noi giorni prima sul lato destro e , altri disegni nostri sul lato opposto
Decido di entrare con don solo per fargli le foto e palarlo guardando sempre la stanza dove ha la “postazione” il security al telefono con gli altri due a controllare la macchina dei security che già girava senza sosta intorno la stazione.
Una volta entrati vediamo subito abbastanza movimento di persone all’inizio del tunnel ma decidiamo di rimanere dentro provarci lo stesso…
Poco dopo aver iniziato a disegnare ci siamo dovuti mettere sotto al treno cinque sei volte affinché nessuno ci vedesse.
Dopo essere stati un’ora nascosti con i lavoratori che si erano avvicinati a 10 metri da noi ed innumerevoli persone che camminavano dietro a noi decidiamo di uscire e di aspettare guardandoli dall’alto.
Ci mettiamo sul ponte a controllare .. Guardiamo l’orario, si era fatto abbastanza tardi e da li a poco sarebbero arrivati i macchinisti, quindi dopo una consultazione molto breve del tipo “ao ma te pare che stai a accannà un pannello pe du lavoratori alle brutte je menamo” decidiamo di rientrare e, finalmente dopo due ore il don riesce a terminare il pannello.
Mentre stavamo uscendo iniziarono ad entrare i primi macchinisti , il treno rimase li per i due giorni successivi in bella vista…prima di andare in traffico.

 

Mai avrei immaginato che dopo alcuni anni di writing mi sarei ritrovato a dipingere quasi esclusivamente metro con una certa frequenza.
Vivo vicino ad una delle fermate della linea A e ricordo ancora la prima volta che la dipinsi a Osteria del Curato, era un week end e non successe niente di speciale. Lunedì non andai a scuola e mi misi alla fermata sotto casa dove avevo visto mille pannelli di persone diverse, e quando finalmente entrò in stazione il mio graffito, solo in quel preciso istante capii di aver fatto la metro!
In quel periodo i convogli giravano ancora relativamente dipinti, mentre oggi la situazione è differente, sicuramente non ci sono più i problemi di spazio che c’erano una volta, ma è un periodo sfigato per le foto perché su trenta metro che uno si dipinge, si è fortunati se te ne girano dieci.
Le prime volte che sono andato a dipingere con MUEH ero rilassato e il fatto di dipingere con lui mi tranquillizzava, poi col passare del tempo ho iniziato ad acquistare sicurezza in me stesso e a capire delle dinamiche, ad essere meno impulsivo e a fare le cose in un modo diverso da come ero abituato prima. 
Non so se da grande continuerò a dipingere, magari un giorno succederà qualcosa e deciderò di smettere, ma grazie alle esperienze che ho vissuto sono cresciuto e maturato allo stesso tempo, sono passato al livello successivo.
Era un weekend d’estate 2017, passavamo per Magliana e abbiamo visto una metro parcheggiata ai campetti da calcio, giorni prima avevamo già rotto le telecamere in quel punto. Eravamo io, Mueh, Vino, e altri ragazzi spagnoli, i security erano alle banchine e lato carabinieri, la situazione sembrava buona. Siamo entrati e abbiamo iniziato a disegnare.. io ho finito per prima, mentre aspettavo gli altri ho visto in lontananza una macchina venirci in contro velocemente, pensavamo fossero lavoratori cosi ci siamo nascosti sotto la metro, dopo poco ci siamo accorti che era la macchina dei security quindi iniziammo a correre verso lo 09. All’improvviso ho sentito un rumore fortissimo,erano i security che avevano preso in pieno i binari e distrutto la macchina. Andando avanti eravamo riusciti a scappare ad altri di loro che volevano farci la chiusa,arrampicandoci su un palo e scavalcando una rete. Eravamo finiti nei campetti da calcio,li non potevano entrare e quindi non potevano trovarci . Siamo rimasti nascosti finchè i security andarono via dal parcheggio dove avevamo lasciato la macchina. 
È strano vivere in una delle poche città dove alcune delle metro vecchie girano dipinte, il tuo nome resta li per anni e molte persone possono vederlo. Da anni impegno tutte le mie energie in questo, è complicato spiegare ciò che provo e cosa mi spinge a farlo, è un discorso lungo potrei parlarne per ore ma alcuni dei miei momenti e ricordi migliori sono dati dall’azione stessa e dall’esperienza vissuta, non tanto dalla riuscita del pannello.. per me è una questione di spingermi dove molti altri non riescono ad arrivare.

Ho sempre bramato la metro perché sono cresciuto in periferia e mentre io andavo a scrivere muri e treni, tutti i miei amici writers a scuola la dipingevano, senza però mai portarmici o darmi dritte, facendomi capire il vero valore di dipingere la metro e per questo non smetterò mai di ringraziarli. Sembrava un gioiello inarrivabile, e quando nel 2011 andai a dipingere un vecchio convoglio arancione della metro A ad Anagnina, sul mio treno preferito, non mi dispiacque se mentre stavo finendo l’outline della penultima lettera del mio pezzo, dovemmo scappare a gambe levate visto l’arrivo del security. Fu l’esperienza più bella della mia vita! Passai tra le rovine dell’antica Roma immersa nella nebbia, lì dove erano passati praticamente tutti i writer che hanno fatto la storia di questa città, lì dove anni dopo sarei passato tante altre volte, visto che la yard di Osteria del Curato divenne il mio playground preferito. Aspettando l’ora giusta mi fumavo una canna con i miei amici osservando i vigilantes dal tetto della scuola, e poi appena era tutto perfetto, entravo nel deposito a scrivere un nuovo capitolo di questa storia della mia città, la città eterna.

Quando mi è stato chiesto di prendere parte a questo progetto e dire la mia riguardo la metro di Roma sono rimasto sorpreso. Sinceramente non credo di meritarmelo troppo, la gente che può permettersi di mettere la parola “metro” in bocca e che ha fatto la storia di questa città è ben altra. Fatto questo bagno di umiltà, posso dire la mia.

La metro a Roma penso sia esattamente lo specchio di questa città, purtroppo decadente e molto spesso buttata in caciara, ma forse è proprio questo il suo fascino. Ormai non è più “un gioco da ragaz- zi”, e infatti si vede, sui vagoni non c’è più il vecchio devasto che un tempo caratterizzava questa città. Ma è qua che si capisce veramente chi ci crede e chi no, quanto si è disposti a rischiare e se il gioco vale la candela.
Mi piacerebbe condividere due ricordi riguardo la metro uno positivo e l’altro un po’ meno. Il primo è stato uno dei momenti più belli della mia vita ovvero un pannello eseguito nella notte di capodanno nel deposito della metro b. Ricordo stare dietro a quella rete allo scoccare della mezzanotte e vedere dinnanzi ai miei occhi un dipinto che rimarrà impresso nella mia mente per sempre, tutte quelle metro parcheggiate con uno sfondo di fuochi d’arti cio emozionante, accompagnato da un’orchestra di botti da petardi in posti in cui di solito sei abituato a sentire esclusivamente il rumore del tuo respiro. Abbia- mo stappato la bottiglia e ci siamo buttati in uno scenario che sembrava troppo bello per essere reale e per fortuna è andata tutto bene e ne siamo usciti vittoriosi, pronti a ribaltarci nella notte dell’ultimo dell’anno come se non ci fosse un domani. Il secondo è stato meno allegro ovvero una fuga in cui ho corso come mai nella vita, sono cascato in modo maldestro come solo io so fare, nel frattempo da che eravamo in 5 a correre ci siamo ritrovati in 10 (in pratica durante la corsa ci siamo imbattuti in altri 5 spagnoli che si trovavano la con il nostro stesso intento, chissà cosa avranno pensato i secu quando ci hanno visto moltiplicarci da un momento all’altro!) e una volta usciti siamo rimasti nascosti sdraiati nelle fratte no all’alba. Ad un certo punto mi sono toccato la testa e ho sentito un buco, c’era del sangue e avevo il corpo pieno di ferite manco fossi tornato dalla guerra, il giorno dopo mi hanno dovuto mettere i punti in testa e non ho avuto la voce per quasi un mese per quanto avevo corso. Ma alla ne è andata tutto bene è della corsa non è che me ne freghi più di tanto perché in ogni caso, che tu abbia corso o no non importa, nche non ti prendono glielo avrai messo comunque nel culo, e cazzo se è stato piacevole!

LA MATRICE MOTIVAZIONALE DEL COMPORTAMENTO DI UN WRITER STA NEL VIVERE NOTORIAMENTE NASCOSTO , CREARSI UN’ INDENTITA E UN UNA VOCE INDIVIDUALE ALL’INTERNO DI UN MONDO AFFOLLATO E SORDO , DIVENTARE UN UNO INVECE DI UNO ZERO , VIVERE IN UN MONDO PROPRIO SIA IN MANIERA EGOCENTRICA MA ANCHE CON UN PENSIERO INTERIORE CHE TRATTA DI OSCURITA, RELIGIOSITA MISTICISMO E TEMI DEL MONDO ANTICO E SEGRETO. la metro di Roma è l’esempio piu ECLATANTE rispetto a tutti gli altri sistemi del mondo , una metro mai pulita , sempre distrutta e bombardata da migliaia e migliaia di persone . Ciò rese questa superfice sacra in questa cultura , capace di farmi esplorare il vero me stesso , farmi ritrovare in un mondo parallelo, un mondo che a volte è reale , IGNORANTE , DISTRUTTIVO E intenso ma sicuro piu vero della realta stessa . i bombardamenti in metro non smetteranno mai , neanche con tutti questi caf di plastica, che anzi sono pane per i nostri denti.

Tutto è iniziato dal niente.. un’evasione, una dimostrazione, un qualcosa che mi spingeva oltre. All’inizio come molti non credevo mai di arrivare a dipingere una metropolitana, mi sembrava una cosa impossibile, remota.. e invece piano piano sono arrivato anche a quella, sempre vivendo a pieno tutte le emozioni che mi dava un’azione, da un semplice lungolinea a una metro.. quella sensazione interiore impossibile da spiegare.. con i graffiti sono riuscito e sto riuscendo a superare me stesso e cercare di non avere limiti. Se voglio fare una cosa la faccio, se voglio fare una metro da solo la faccio. Quando si dipinge da soli si vive il 100% delle emozioni più pure, l’adrenalina e l’ansia ti si mangiano, ti senti vuoto ma nello stesso tempo pieno di vita. Tutto questo per una dimostrazione a qualcuno che forse neanche esiste, o forse a noi stessi? Una delle prime volte che dipinsi la metro avevo 16 anni e stavo a Magliana, a un certo punta sbucó il security e con il classico “fermo o sparo!” scavalcai la rete e me ne andai. Uscendo fuori al parco un po’ deluso, sentii di nuovo una voce dietro di me, mi girai e c’era un altro security che correva, incredulo iniziai a correre finchè un padre che giocava con suo figlio mi placcó stringendomi per evitare che scappassi, lo bestemmiai come non mai, e quando il security arrivò ero finito.. stava in chiamata con l’altro collega dentro, e gli confermó che ero io quello che stava dipingendo. Il padre del bambino pensava fossi uno zingaro, e quando il security gli disse che stavo dipingendo esclamó: “ahh e vabbe lascialo andare..” ma mortacci tua ci potevi pensare prima invece di placcarmi! Fatto sta che ormai ero in mano al security che stava chiamando i carabinieri, quando ad un certo punto mentre parlava e spiegava i fatti, si allontanó poco a poco camminando credendo che rimanessi là. Feci uno scatto clamoroso e scappai, mi inseguì fino alla stazione con la pistola in mano. Salì in stazione e la metro non passava.. mentre vidi il security arrivare da sotto passó, appena in tempo, una volta presa esausto feci un grande sospiro di sollievo. Tutto questo secondo me fa crescere, come writer e come persona. Sono quelle esperienze assurde che se raccontate a una persona “normale” può pensare: ma questo è pazzo? Io gli rispondo: si, sono pazzo, pazzo di emozioni, di esperienze, di ricordi. Ringrazio tutti quelli con cui ho legato nei graffiti, anche con chi ho litigato e chi da piccolo mi ha levato i colori, se sono più forte dentro di me è anche grazie a loro. Ma soprattutto ringrazio i GRAFFITI.
Dipingere in generale ma in particolare la metro mi ha fatto molto sfogare in questi ultimi anni in cui non sono stato proprio benissimo per problemi familiari e non saprei nemmeno come altro avrei potuto sfogarmi se non con i graffiti: Un misto tra felicità e tristezza.
Felicità perche la metro è pur sempre il mezzo pubblico più importante di Roma e mi è sempre sembrato assurdo rivedere il mio pezzo su quella superficie, ma anche e soprattutto perche in molte occasioni stavo con gente a cui volevo bene e penso che questa sia la cosa più importante. Grazie alla metro ho conosciuto molta gente di altri paesi di ogni età con i quali tutt’ora sono in contatto.
Tristezza perche alla fine col passare degli anni non ti rimane niente, neanche quelle persone con cui facevi quelle cose: l’unica cosa che resta è una foto e i ricordi che riaffiorano grazie a quest’ultima.
Ogni volta dopo che avevo finito di pittare e salivamo in macchina tutti erano gasati e contentissimi mentre io rimanevo zitto e pacato, non so perche ma a me piace solo il momento in cui faccio l’azione: è come una droga, ne vuoi sempre di più.
La serata che mi è rimasta in testa è quella con MUEH, DEY, VINO e AMIGO perche abbiamo fatto una bella fughetta: stavamo dipingendo tra due treni nel deposito di Magliana e due minuti dopo che avevamo iniziato ci siamo dovuti nascondere dentro la metro per 15 minuti in quanto MUEH aveva sentito dei rumori. Dopo che lui andò a controllare la situazione, finimmo di dipingere e io dovevo uscire con i turisti in modo tale da non farli scappare, ma proprio mentre stavo arrivando sulla punta del treno per uscire verso lo 09 mi bloccai senza una vera ragione e alcuni secondi dopo dal frontale sbucò il security:ci guardammo negli occhi per alcuni attimi prima che iniziasse ad inseguirci lungo tutto il deposito, ma fortunatamente anche quella volta tutto andò per il verso giusto.

Quando ho iniziato a dipingere vedevo sempre i vagoni della metro A tutti dipinti e spesso mi capitavano davanti nuovi graffiti e pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto poter andare a scuola o in centro su di un vagone dove ci fosse stato scritto il mio nome.
Inizialmente non ero a mio agio in quanto il fatto di essere una ragazza in un contesto maschile e maschilista faceva si che le mie tag e i miei pezzi fossero coperti con delle linee senza nemmeno una firma sopra, e gli altri writers mi dicevano di smettere in quanto secondo loro ciò che facevo non era bello, è ciò mi demoralizzava però ho continuato a dipingere fino a quando sono andata per la prima volta nel deposito della metro A: un’atmosfera incredibile, stavo in mezzo ai campi di Osteria del Curato completamente avvolta dalla nebbia, con l’ansia di non riuscire a scavalcare e la paura di essere scoperta dai security, ma nonostante ciò il desiderio di scrivere il mio nome su quella metro fu talmente tanto che che mi fece superare tutte le mie paure.
Poco dopo ho conosciuto quello che sarebbe diventato il mio ragazzo e insieme abbiamo dipinto tantissime altre metro; andavamo al deposito quasi ogni giorno, a volte solo ad osservare ed altre a scrivere un pezzetto di storia. 
Oggi quando vado al lavoro e prendo una metro con scritto il mio nome provo un’emozione indescrivibile, quando salgo in un vagone dove ci sono i miei disegni penso che ho raggiunto il mio scopo, e inizio la giornata felice!

Era un sabato qualsiasi d’autunno, le giornate si stavano accorciando e la scuola era ricominciata già da qualche settimana quando insieme a SHOUT decidemmo di andare a vedere il depositone della metro B. Era la prima volta che andavamo a controllare la yard di Magliana e ci eravamo ripromessi di non dipingere quel giorno, ma semplicemente di osservare e capire i movimenti della sicurezza e di eventuali lavoratori presenti nel deposito.
Era tutto tranquillo e intorno alle banchine non c’era nessuno, così dopo esserci consultati decidemmo di entrare: prima rete, seconda rete, lido trash ed eccoci davanti a una metro, anzi, accerchiati da metro! 
Avevamo gli stessi colori, ma era stato tutto così rapido e spontaneo che non ci rendemmo conto del fatto che stavamo dipingendo due convogli diversi e durante sei lunghissimi minuti, tanto durò la nostra prima volta, io non potevo evitare di calpestare continuamente un cartello di metallo che stava in mezzo al pietrisco. Per fortuna che i security erano chissà da quale altra parte della yard, perché sennò li avrei attirati dritti tra le nostre braccia.
È stata un’emozione fortissima, un’adrenalina totalmente diversa da quella che si prova a dipingere un treno qualsiasi in Italia dove i controlli sono blandi o a volte addirittura assenti, e così visto che a differenza del graffito del mio amico, il mio non andò mai in circolazione, decidemmo di tornarci un paio di settimane dopo. Quella volta il nostro vagone girò per alcuni mesi, era una figata assurda e tutti parlavano di me. Il mio ego era alle stelle. 
Era solo l’inizio!

 Vivevo fuori Roma all’epoca, e avevo dipinto solo dei muri nelle vicinanze di casa mia finché un giorno mio padre decise di togliermi il motorino e così l’unico mezzo a mia disposizione fu la corriera che arrivava a Eur Fermi. Inizialmente dipingevo i lungolinea e le pareti delle stazioni, poi una sera decisi di scavalcare la rete di Laurentina…
Un paio di giorni dopo ho rivisto il wholecar che avevo fatto, avevano pulito i vetri e l’acido che avevano usato era colato sul resto del vagone. La prima cosa che ho pensato guardando il mio pezzo tutto rovinato fu che la metro non faceva per me. 
Negli anni ho dipinto un po’ di tutto, dai muri ai treni però la metro B era un’altra storia. Mi piaceva arrivare a Roma e vedere i miei pannelli girare, mi piaceva fare delle belle foto ai miei graffiti, mi piaceva passare notti intere nei depositi: con il tempo quel piacere diventò una vera e propria ossessione.
Sono passati più di venti anni da quella prima volta e nel marzo del 2001 ho visto che iniziavano a girare le metro pulite: inizialmente ero triste perché stavano cancellando tutta la storia che era stata scritta fino a quel momento, poi mi resi conto dei vantaggi che ne erano scaturiti perché ogni volta che andavo a dipingere c’era sempre un vagone pulito e pronto per essere dipinto senza dover pensare ad eventuali problemi con altri writers. 
E tanti sono i writers con cui ho trascorso notti intere a dipingere e a scappare dalla sicurezza, con cui sono rimasto nascosto per ore, con cui sono andato a fare colazione alle prime luci del mattino prima di andare ad aspettare che il treno dipinto la notte precedente arrivasse in stazione. 
Ma oggi guardando indietro nel tempo mi rendo conto che di tante delle persone con cui ho condiviso quei momenti, rimane solo l’affetto e i ricordi che ho di loro perché man mano che il tempo passa, ho visto gli altri smettere mentre io, anche se non più come prima, ho sempre continuato. Le telefonate si fanno sempre più rare, per non parlare degli incontri e questo mi dispiace enormemente, ma mi rendo conto che prima eravamo solo dei ragazzi spensierati mentre oggi siamo adulti ed ognuno ha preso strade diverse.